Gli Usa amano il made in Italy

Ma molte contraffazioni


made in Italy

Quasi la metà dei consumatori statunitensi, il 43% ha dichiarato di comprare con frequenza prodotti agroalimentari italiani. Lo rivela una ricerca di Nomisma su cosa pensa il consumatore statunitense in tema di origine, italian sounding e tracciabilità dei prodotti agroalimentari, presentata al convegno “Growing seeds Forum”, ciclo di seminari organizzato dallo stesso istituto bolognese con il supporto di Philip Morris Italia. I dati ci dicono che il made in Italy è molto apprezzato nelle tavole Usa perché domina la convinzione che sia qualitativamente uguale o simile al made in Usa (57% degli intervistati) se non addirittura superiore (41%).

«L’origine italiana – ha spiegato Denis Pantini, responsabile settore agroalimentare Nomisma – rappresenta per il 72% dei consumatori americani una garanzia di qualità e per il 19% di sicurezza alimentare».

L’altra faccia della medaglia di questo appeal si chiama “Italian sounding”, un giro d’affari che sfrutta l’interesse verso il prodotto italiano ma che di fatto genera contraffazione o evocazione producendo anche l’effetto indiretto di creare confusione e disinformazione nei consumatori Usa. Nelle more dei negoziati sul Ttip, che tra i punti più cocenti prevede proprio il riconoscimento Usa della tutela delle denominazioni di origine (oggi non accordata), le aziende italiane hanno come unico strumento di difesa l’iniziativa privata per informare ed educare i consumatori d’oltreoceano sulle specificità dell’autentico prodotto italiano. Specificità che, secondo Nomisma, il 74% degli americani è disposto a pagare di più con un consumatore su 10 pronto ad un sovrapprezzo anche superiore al 10%. Così Cirio ha appena siglato un accordo con il distributore Colavita per entrare nel canali della gdo statunitense con le passate di pomodoro 100% italiano. E il consorzio del prosciutto di Parma sta per chiudere un accordo con due grandi catene Usa della gdo per la vendita sia a private label che a marchio i prosciutti a denominazione di origine. «Prevediamo di chiudere l’operazione entro l’anno – ha spiegato Simone Calzi, responsabile dell’ufficio legale –. L’accordo da un lato impedirà la vendita di prodotto contraffatto d’altro canto impone che i nostri prosciutti siano venduti nel pieno rispetto del disciplinare di produzione. Prevediamo un aumento importante dell’export che oggi riguarda circa 550mila prosciutti l’anno». Anche in regime di “coesistenza” tra originale e “fac-simile”, vigente ad esempio in Canada grazie alla firma del trattato Ceta nel 2014 con l’Ue, ci sono carte che i produttori possono giocare sul piano commerciale:tra i fattori chiave che guidano i consumatori nelle scelte di acquisto, dopo il prezzo (30%) e le promozioni (17%), c’è proprio l’origine (13%).

 

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