Tritordeum, un nuovo cereale prova a far breccia nei campi

Per ora nicchia di mercato, conta di triplicare le superfici già a fine 2016


tritordeum

Non capita sovente di raccontare la nascita di un nuovo cereale. No, non una nuova varietà di grano o mais, ma proprio un cereale nuovo, che prima non c’era. Si chiama Tritordeum ed è stato creato in Spagna incrociando grano duro e orzo selvatico, ovvero triticum turgidum e hordeum chilense: da cui, ovviamente, il nome. Questo allo scopo di costruire (ma con incroci naturali, dunque senza modificazioni genetiche in laboratorio) un cereale adatto al consumo umano, anche più del grano. Dalla sua, in effetti, il Tritordeum ha parecchi punti, come vedremo: basso contenuto di glutine, elevata digeribilità, alto tenore di acidi grassi. E questo soltanto per quel che riguarda la trasformazione, ma questa nuova pianta si difende assai bene anche in campagna.

 

Spagna, Francia e Italia

Come abbiamo anticipato, il Tritordeum nasce in Spagna. Per la precisione, presso l’Istituto del Agricultura sostenible (Ias) che lo ha selezionato – partendo da un primo incrocio realizzato nel 1977 – e registrato (cinque anni fa) presso il Cpvo, l’Ufficio comunitario delle varietà vegetali di Angers (F). Successivamente è iniziata la fase della diffusione, che riguarda, per ora, la Francia e il nostro paese, dove è arrivato grazie a un accordo tra i proprietari spagnoli del seme e la Tomato Farm, azienda di trasformazione alessandrina che fa capo al gruppo Gavio e che ha ottenuto l’esclusiva per l’Italia. Tomato Farm ha così importato i semi, li moltiplica, li distribuisce ai produttori interessati a coltivarlo e infine ritira il raccolto, lo conserva in uno dei suoi essiccatoi e poi lo vende sotto forma di farine, pasta, granella perlata eccetera. Dunque, l’Italia è il solo paese, oltre alla Francia, dove al momento è possibile coltivare Tritordeum. Cerchiamo allora di capire in cosa consiste e quali vantaggi potrebbe portare agli agricoltori.

 

Rustico e produttivo

Parliamo con Bruna Saviotti, che quando si tratta di seme non ha certo bisogno di presentazioni: per anni ai vertici di ApsovSementi, è stata anche a capo dell’Ais, l’associazione delle industrie sementiere italiane. Ora guida le attività agricole del gruppo Gavio e – come è facile immaginare – tiene particolarmente al progetto tritordeum. «Per la prima volta abbiamo un cereale creato pensando sia all’uomo, con le sue esigenze alimentari, sia alla sostenibilità delle coltivazioni», ci dice.

Quello agronomico è, in effetti, un aspetto importante. Vediamo, allora, qualche caratteristica del tritordeum. «Per cominciare, ha una finestra di semina piuttosto ampia: si può interrare nel periodo del grano, ma anche in pieno inverno o – sebbene sia da noi sconsigliato – a inizio marzo. Una volta seminato – continua Saviotti – necessita di poca concimazione. Potrebbe, al limite, crescere anche senza, ma dal momento che ci interessa avere un alto tasso di proteine, la prevediamo nel disciplinare di coltivazione. Anche superiore la resistenza alla siccità, come pure – sul versante opposto – all’eccesso idrico. In occasione delle alluvioni di due anni fa ne abbiamo avuto una dimostrazione diretta: campi di grano duro invasi dall’acqua hanno richiesto una seconda semina, mentre quelli di tritordeum hanno prodotto regolarmente». Da non sottovalutare, continua l’Ad di Tomato Farm, anche la resistenza alle malattie fungine, per cui non sono richiesti trattamenti. «Infine, non va dimenticato il forte accestimento, che consente di ridurre le dosi di seme per ettaro».

 

Filiera chiusa

Seme che, per inciso, si può acquistare soltanto dalla Tomato Farm, in Italia. La società del gruppo Gavio gestisce infatti la moltiplicazione del seme nonché tutte le successive fasi: stipula dei contratti, verifica del disciplinare e, infine, ritiro del prodotto. Possono sembrare regole troppo vincolanti, ma si è scelto di procedere in questo modo, almeno nella prima fase di diffusione, per evitare la dispersione del tritordeum in mille rivoli.

«Al momento siamo impegnati nel mantenere unita la filiera, così da realizzare una diffusione controllata del tritordeum». La cui coltivazione, precisa Saviotti, è ormai al terzo anno e vale, per il nostro paese, 200 ettari (sui 1.300 totali), con previsione di triplicare le superfici già dal prossimo autunno.

«Le superfici sono contenute per nostra scelta: i produttori interessati non mancano, tant’è vero che la domanda di seme supera ampiamente l’offerta».

Sempre per tutelare il prodotto, Tomato Farm ritira la granella e si occupa di stoccaggio, trasformazione e vendita. «Portiamo il raccolto in un essiccatoio di nostra proprietà, dove lo conserviamo in due silos, uno per ogni varietà di Tritordeum attualmente coltivata: la prima più adatta alla panificazione, l’altra vocata per prodotti diversi.

 

Dalla farina alla birra

Quali sono, però, questi prodotti? Tomato Farm li sta testando tutti, per ampliare il campo di impiego del suo cereale e al tempo stesso valutarne le qualità in impieghi diversi. «Per prima cosa commercializziamo la farina, sia al dettaglio sia presso panificatori e ristoratori. Stiamo anche stringendo accordi con alcune catene di grande distribuzione perché producano pane fresco con la nostra farina», spiega Saviotti. La lista dei possibili usi va però ben oltre. «Stiamo iniziando a produrre la pasta e stiamo assaggiando le prime birre di Tritordeum. In più facciamo la granella perlata, i fiocchi e altro ancora».

Finora ci siamo occupati delle caratteristiche agronomiche, ma in primo luogo il tritordeum è stato creato per essere salutare per l’uomo.

 

 

Leggi l’articolo completo su Terra e Vita 13/2016 L’Edicola di Terra e Vita


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