Autoproduzione di seme di soia a livelli preoccupanti

Il motivo principale di questa diffusione è il minor costo rispetto al certificato


soia

«L’autoproduzione di seme sta arrivando a livelli preoccupanti e forse gli agricoltori non si rendono conto di correre rischi seri». Assosementi, l’associazione di categoria che raggruppa industrie, costitutori e distributori, lancia l’allarme su quella che considera ormai una mezza epidemia: l’abitudine – a quanto pare sempre più diffusa – di produrre in azienda il seme che sarà usato l’anno successivo. Una pratica, continua Assosementi, assai diffusa in alcune colture – come il grano – ma che si sta rapidamente allargando anche alla soia, di cui ci occupiamo in queste pagine. «Il discorso, per la soia, è anche più delicato, sia perché si rischia di accentuare talune problematiche di natura fitosanitaria, sia perché, come per tutte le altre specie, è concreto il pericolo di sfruttare inconsapevolmente la genetica di varietà tutelate da privative, tra l’altro senza potersi avvalere del “privilegio dell’agricoltore”, non previsto per questa specie. Non possiamo inoltre dimenticare la questione della tracciabilità, che in un ambito di diffusione globale di piante geneticamente modificate è tutt’altro che secondaria», spiega il segretario di Assosementi Alberto Lipparini, che incontriamo assieme ad alcuni membri del consiglio direttivo.

Perché usare seme certificato

«Per prima cosa – esordisce Lipparini – precisiamo che prodursi il seme da usare in azienda è legale». Come abbiamo scritto sopra, tuttavia, quando si parla di soia si rischia di violare qualche privativa. «Vero: il rischio è sempre presente, visto che diverse varietà sono private e, come tali, tutelate». In secondo luogo, prosegue Lipparini, il seme autoprodotto non può per nessuna ragione essere ceduto a terzi.

 

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