Stoccaggio differenziato

L’unica strategia per uscire dalla logica della commodity


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Scarsa competitività rispetto ai Paesi terzi, basso grado di aggregazione della produzione, croniche carenze nelle strategie di valorizzazione. Sono i punti di debolezza di un settore cerealicolo nazionale sempre più tagliato fuori dalle grandi rotte del commercio, internazionale e ormai anche interno. Nel 2014 l’import di cereali, semi oleosi e farine proteiche è aumentato del 17%. In particolare è cresciuta la penetrazione di cereali in granella (più 2,1 milioni di tonnellate), tra cui grano tenero (+647mila t) e duro (+728mila t) e non si tratta solo di varietà di forza.

La fotografia dell’Ismea

Una recente indagine effettuata da Ismea nell’ambito del Piano cerealicolo nazionale punta il dito contro l’anello debole dei centri di stoccaggio (si veda pag. 56 Terra e Vita 21/2014). È come sparare sulla croce rossa: i silos e magazzini censiti dall’ente del Mipaaf hanno un’età media elevata, una limitata capacità operativa, una scarsa dotazione strumentale (220 centri di stoccaggio risultano addirittura sprovvisti di kit di analisi rapida, circostanza inquietante alla luce degli obblighi comunitari in materia di contaminanti). Il dato medio nazionale mostra anche una limitata capacità di stoccaggio differenziato (si salva solo il frumento duro, dove il 63% dei centri censiti è attrezzato per queste operazioni). Possibile? La fase della conservazione è strategica per il settore cerealicolo. Di fatto tutte le operazioni di controllo, classificazione e valorizzazione sono infatti realizzate in post-raccolta. È solo grazie a queste operazioni se i raccolti italiani di cereali possono sperare di sfuggire alla logica della commodity con prezzo dettato dalle logiche del commercio internazionale.

I criteri sotto trebbia

«È solo dopo la trebbiatura – afferma Loredano Poli, direttore operativo del settore conferimenti di Progeo –che si ha veramente il polso della produzione dell’annata». Solo sotto trebbia si possono stabilire i criteri con cui gestire lo stoccaggio differenziato. Proteine, varietà, peso specifico: sono i criteri di differenziazione più utilizzati, in ordine di importanza, nei comparti del frumento duro e tenero. «Ma se l’annata è favorevole per i grani di forza – continua Poli –, conviene puntare su altre caratteristiche. Il contenuto in ceneri basso, ad esempio, o il metodo di produzione, o le caratteristiche igieniche sanitarie». Un tema, quest’ultimo, sempre caldo. Soprattutto per il mais, le cui semine in Emilia Romagna sono in continuo calo in seguito alla ricorrenza delle emergenze causate dalle micotossine. «La rotazione – commenta Poli – è infatti la chiave più efficace per contenere i livelli di contaminazione, soprattutto di fusariotossine. Una strategia ovviamente praticabile soprattutto dove ci sono valide alternative come il pomodoro da industria in provincia di Parma, ma anche nel resto della regione è in crescita invece la soia, mentre c’è un riposizionamento tra i cereali invernali, con il duro che è tornato a crescere mentre il tenero è in leggera flessione». Rimane così invariato il rapporto tra primi e secondi raccolti, circostanza favorevole al settore dello stoccaggio. Nel panorama nazionale l’Emilia- Romagna è una delle regioni meglio posizionate in questo comparto. La fotografia scattata da Ismea l’anno scorso le attribuisce la palma della prima regione italiana per capacità di stoccaggio (1,6 milioni di t, 19% del totale nazionale, con punte del 34% per il frumento tenero).

Mangimi e farine a km zero

«Anche dal punto di vista strutturale – commenta Daniele Govi, responsabile grandi colture e sementi presso il servizio sviluppo delle produzioni vegetali di questa Regione – l’Emilia-Romagna può vantare una delle maggiori densità di strutture di stoccaggio di grandi dimensioni (tra 250 mila a oltre un milione di tonnellate), con una dotazione strumentale decisamente superiore alla media nazionale soprattutto per quanto riguarda gli essiccatoi e gli strumenti per il monitoraggio rapido della qualità». Una posizione di leadership sostenuta da alcuni punti di forza del settore cerealicolo di questa regione, come la presenza di aree a forte vocazione produttiva e di imprese agricole con alta professionalità; strutture di produzione e trasformazione leader nazionali e internazionali; imprese sementiere di primaria importanza e tecnologicamente avanzate; il riferimento della Borsa merci di Bologna, principale polo di orientamento commerciale per i cereali nazionali e la presenza del porto di Ravenna, primo in Italia per merce scambiata. «Ad incidere – prosegue Govi- è però soprattutto il forte grado di integrazione della filiera». L’Emilia Romagna vanta infatti la maggiore concentrazione di Op del settore cerealicolo (Grandi colture italiane, Op Cereali, Capa Ferrara, CerealCap, Cerealbio) per una rappresentanza totale di oltre 12.500 soci e una quota di produzione che sfiora il 40% del grano duro regionale (ma solo il 15% di quello tenero).

«La forte integrazione – assicura Poli – tra la fase di stoccaggio e utilizzatori, sia che si tratti del settore dei mangimisti che di quello molitorio assicura dei precisi vantaggi anche ai produttori». Nelle provincie di Modena, Reggio Emilia e Parma la coincidenza tra centri di stoccaggio e di trasforma zione è uno dei punti di forza di Progeo. Assicura mangimi e farine “a chilometro zero”, ma soprattutto il vantaggio di poter eseguire in tempo reale il controllo delle proteine, grazie agli alveogrammi e agli strumenti analitici dei laboratori delle strutture di trasformazione, senza rallentare le operazioni di trebbiatura.

 Sili di acciaio

In totale la grande cooperativa agricola con sede a Masone (Re) è in grado di gestire oltre 120mila tonnellate di granella, tra strutture di proprietà e in affitto. E i due terzi di questa produzione sono conservati e valorizzati tramite le attività di ritiro, condizionamento del prodotto e stoccaggio differenziato, per lo più in silos di acciaio di diverse grandezze, con possibilità di refrigerazione e termocondizionamento.

Un plus che contraddistingue anche l’altra grande realtà cerealicola che opera nello stesso territorio. «Il Consorzio agrario dell’Emilia – illustra Pietro Cerioli, responsabile dell’Ufficio cereali di questa grande realtà consortile – è in grado di gestire infatti 180 mila q di granella, di cui la metà in stoccaggio differenziato negli 8 impianti attrezzati presenti nelle provincie di Bologna, Modena e Reggio Emilia».

Un servizio che trova adeguata valorizzazione lungo la filiera? «I cereali – ricorda Poli – sono tradizionalmente considerati commodity: materia prima di qualità standard trattata in un mercato globalizzato con prezzi determinati dal mercato stesso». E qui sta il limite che impedisce al settore della conservazione dei cereali di crescere.

Costi da condividere

L’investimento necessario per favorire l’ammodernamento e la razionalizzazione delle strutture di stoccaggio e trasformazione comporta infatti ammortamenti estremamente onerosi e non può essere sostenuto autonomamente dal settore. Soprattutto in una fase di forte volatilità dei prezzi internazionali come l’attuale.

La strada scelta dalla Regione Emilia – Romagna per sostenere il settore punta a promuovere processi di effettiva ed efficace aggregazione e concentrazione dell’offerta, anche attraverso gli incentivi agli accordi di filiera. Ma anche a stimolando l’innovazione di processo, valorizzando e differenziando la produzione locale, attraverso incentivi alla produzione sostenibile e al miglioramento varietale (con caratteri come maggiore resistenza al Don, maggiore resa in macinazione, resistenza alla pregerminazione). Un impegno garantito anche dal nuovo Psr 2014-2020 appena approvato da Bruxelles. Un’esperienza che può essere estesa anche ad altre zone cerealicole del Belpaese.

 


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