Se l’ortaggio è bio

Come e quando produrre: dalla tecnica alla commercializzazione


pomodoro

L’agricoltura biologica non è una coltivazione intensiva in cui si usino prodotti organici invece che di sintesi. È, al contrario, un modo radicalmente diverso di interpretare l’agricoltura, dove il reddito per l’azienda deriva dal maggior valore aggiunto piuttosto che dalle rese. Detto altrimenti, guadagnare il giusto, con poco prodotto, ben coltivato.

Ma in orticoltura biologica si può recuperare redditività. Come farlo? La ricetta è complessa: coltivare in accordo con la natura, tenere sempre d’occhio i costi, rivolgersi direttamente ai consumatori proponendo loro un’idea diversa di agricoltura. Soltanto in tal modo, infatti, questi ultimi saranno disposti a pagare quell’extra (dal 30 al 40% in più rispetto al prezzo delle produzioni intensive convenzionali) che rende possibile fare vera agricoltura biologica. Il tema è stato affrontato in occasione del convegno organizzato dal Crpv (Centro di ricerce per le produzioni vegetali) presso l’azienda sperimentale Tadini di Gariga (Pc). Due aspetti fondamentali della gestione aziendale: quello agronomico e quello economico-commerciale.

Agronomia in equilibrio con la natura

Intanto il punto sullo stato di salute dell’agricoltura biologica. Stefania Delvecchio, del Crpv di Cesena, ha sottolineato che lo sviluppo è a doppia cifra: +12,8% nel 2013, quando si è superato il milione e 300mila ha coltivati. Di questi, 22.117 sono dedicati all’orticoltura: legumi, ortaggi da frutto e ortaggi da foglia sono di gran lunga le tre famiglie più coltivate.

Scelta varietale. Non tutte le cultivar sono uguali. Alcune hanno caratteristiche che le rendono più adatte all’agricoltura biologica: rusticità, struttura della pianta, ridotta richiesta nutrizionale, qualità e idoneità alla commercializzazione. «In Italia – ha notato Delvecchio – non esiste, purtroppo, un’attività di miglioramento genetico-sanitario indirizzata ai sistemi biologici. Per parte sua, il Crpv ha collaborato a diverse ricerche per la verifica delle caratteristiche agronomiche e qualitative delle varietà coltivate con tecnica biologica».

Rotazione. È un elemento fondamentale dell’agricoltura biologica, necessario per rendere il sistema terreno-pianta ecosostenibile sotto l’aspetto agronomico e fitosanitario. Con la rotazione si conserva e aumenta la fertilità del suolo, si limitano le infestanti e si controllano le malattie. Si distinguono le varietà tra miglioratrici (come le leguminose), preparatrici (lasciano una buona fertilità del terreno: vedi patate e carote) e sfruttatrici. «Piante azoto-fissatrici devono precedere quelle esigenti in azoto; specie in cui si usano radici o tuberi vanno alternate a quelle in cui si usano frutti o parte aerea, mentre quelle a radice profonda devono precedere altre a radice superficiale».

Controllo malerbe. Ecco un aspetto in cui agricoltura convenzionale e biologica divergono nettamente. «Nel biologico non si mira a eliminare totalmente le infestanti, dal momento che si privilegia il mantenimento della biodiversità. Si cerca pertanto di contenere le malerbe entro una soglia accettabile», ha spiegato la relatrice. Falsa semina, sovesci, lavorazioni meccaniche, pirodiserbo e pacciamatura sono gli strumenti d’elezione per ottenere questo risultato. In particolare, le lavorazioni meccaniche possono oggi contare su diversi attrezzi, dall’erpice strigliatore alle sarchiatrici normali, combinate, stellari o a dita rotanti.

Il pirodiserbo si è dimostrato efficace in pre-emergenza su fagiolino e in colture come l’asparago. Lo shock termico, infatti, provoca la rottura delle membrane cellulari e la morte dell’infestante nel giro di tre giorni. Per la pacciamatura, inoltre, Delvecchio ha segnalato i buoni risultati dei teli biodegradabili in Mater-Bi, che non richiedono spese di rimozione e riciclaggio.

Fertilizzazione. Anche per questa pratica la coltivazione biologica si differenzia notevolmente dalla convenzionale. Non soltanto perché si usano prodotti organici, come letame o compost provenienti da aziende zootecniche e industrie biologiche, ma soprattutto perché l’agricoltura organica ricerca un equilibrio biologico del terreno, piuttosto che limitarsi ad apportare elementi nutrititivi alla pianta. Tanto è vero che il ricorso a concimi organici commerciali è ammesso soltanto in caso di particolari carenze nutrizionali. La concimazione verde, tramite sovescio, è invece sempre accettata. Può essere effettuata con leguminose azoto-fissatrici o con cover crops che migliorano la struttura e la porosità dei terreni. Un sovescio sarà dunque concimante quando la pianta è interrata in fase di fioritura (massimo livello di azoto) o ammendante se l’interramento avviene in epoca successiva, per sfruttare l’effetto strutturante di un maggior contenuto in lignina.

Difesa. Ancora una volta, l’agricoltura biologica non distrugge, ma controlla. Si cerca, cioè, di limitare i danni da possibili patologie ma si accetta il rischio che una percentuale di raccolto possa essere compromessa, pur di limitare gli interventi con prodotti che, seppur ammessi, hanno sempre un certo grado di tossicità per l’ecosistema. La presenza di spazi naturali, per esempio, rappresenta sia un serbatoio di possibili parassiti sia – e soprattutto – un’area di sviluppo per i predatori dei medesimi.

Come fare la filiera corta

Aldo Bertazzoli, dell’Università di Bologna, ha condotto una ricerca su aziende biologiche di Emila-Romagna, Marche e Abruzzo tesa a valutare i riflessi economici e organizzativi della commercializzazione diretta dei prodotti coltivati da aziende biologiche. Su 65 aziende, ne sono state selezionate dieci, esaminate nel dettaglio della struttura (agronomica, organizzativa, commerciale). «Abbiamo considerato aziende piccole, medie e grandi. Le prime producono un alto valore aggiunto sulla superficie coltivata, ma non sempre il reddito degli addetti è equiparabile a quello delle grandi aziende e comunque al reddito medio di un salariato. Sintomo che il lavoro famigliare è ancora, spesso, prestato a titolo quasi gratuito», ha spiegato il ricercatore. Le piccole strutture, inoltre, hanno dotazioni più obsolete ma una quota maggiore di terreni dedicati alle ortive. «Al crescere dell’azienda, la superficie a orticole si riduce. Come se vi fosse un vincolo, di manodopera o costi, che impedisce di aumentarla oltre un certo livello», ha spiegato Bertazzoli.

Emozionare il consumatore

Significativa, inoltre, l’influenza della filiera corta sulla distribuzione del lavoro: preparazione e commercializzazione dei prodotti occupano, in certi casi, quasi il 50% del tempo. «Inoltre la ricerca di sbocchi di mercato diretti richiede un impegno particolare all’imprenditore, una dedizione quasi assoluta all’impresa». Il gruppo di lavoro ha anche avanzato alcuni suggerimenti, un decalogo (v.box) per chi intenda avvicinarsi a questa pratica. In sintesi, si consiglia di contenere i costi, privilegiare il rapporto diretto con il cliente e confermare quell’idea di agricoltura “di una volta”, che nel sentire comune è strettamente collegata al biologico.

Visualizza l’articolo di Terra e Vita n. 13/2015 completo di immagini e tabelle.


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