Gli effetti della speculazione finanziaria sulla volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli –

Nel 2000 gli strumenti finanziari erano il 20% del mercato dei cereali. Oggi i cereali sono il 30% dei derivati

Se la granella diventa un’opzione

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Fino ai primi del 2000, l’attività di scambio (trading) e copertura del rischio (hedging) con strumenti finanziari collegati alle principali borse cerealicole mondiali come i future, le option o forme più evolute come gli index Otc (Over the counters) era di esclusiva competenza degli agricoltori, degli operatori agricoli e di pochi speculatori.
Dal 2006, grazie alla crescente diversificazione dei prodotti “derivati” e degli strumenti di copertura del rischio, si assiste alla sempre maggiore presenza di chi non è propriamente correlato al mondo agricolo, con effetti spesso devastanti sull’andamento dei prezzi dei cereali.
È sconcertante rilevare che se nel 2000 l’ammontare degli strumenti finanziari (future e options) rappresentava il 20% del mercato dei cereali, oggi è il mercato dei cereali ad essere pari al 30% del valore degli strumenti finanziari delle commodity agricole. In tale contesto di scambi sempre più virtuali, ove la volatilità delle quotazioni è talvolta non correlata a fatti ed episodi inerenti le dinamiche del mondo agricolo ed agroalimentare, il G20 ha fatto richiesta all’Iif (Istituto internazionale di finanza) di svolgere un approfondimento su quanto accaduto nel 2008 e nel 2010. 
 

 

DAL BARATTO IN POI
Prendiamo come spunto i risultati di questo studio, pubblicato sul sito www.iif.com, per alcune riflessioni sulla rilevanza degli strumenti finanziari e su come siano diventati armi letali nelle mani degli speculatori.
Dalla forma del baratto, poi sostituita dallo scambio contro denaro, per il commercio di prodotti agricoli “sul pronto”, si è passati all’inizio del XIX secolo, nel pieno dell’espansione coloniale britannica e della rivoluzione industriale, alla forma primordiale del future: il contratto to arrive o contratti di merce in arrivo, ove l’innovazione era dettata dall’utilizzo di veloci imbarcazioni, chiamate clipper, che facevano da staffetta ai (lenti) vascelli commerciali e portavano campioni di merce e la documentazione delle partite di merce (inizialmente cotone) in viaggio dalle Americhe.
I contratti to arrive londinesi furono ben presto copiati da produttori americani di mais e grano, ma in questo caso l’arrivo era sempre lo stesso luogo: la borsa di Chicago. Nel 1848 nasce così il Chicago board of trade (Cbot) con uno statuto che in estrema sintesi si prefiggeva di:
– mantenere gli scambi commerciali;
– promuovere l’uniformità delle regole commerciali tra le parti;
– inculcare i principi di giustizia ed equità nel commercio;
– facilitare la soluzione di dispute negoziali;
– divulgare informazioni economiche e commerciali “veritiere”;
– garantire, in generale, ai membri i benefici della collaborazione nel raggiungere l’obiettivo comune.
Dal contratto to arrive sul Cbot all’odierno future il passo è stato breve, le regole contrattuali furono via-via affinate per meglio riflettere i principi statutari e anche i termini attinenti la qualità seguirono lo stesso iter: dal “campione” di riferimento alla descrizione del prodotto “standard”. L’innovazione vera dei contratti future fu che il passaggio di proprietà della merce avveniva alla stipula del contratto e che la consegna era ritardata di molti mesi.
In regime di guerre come quella civile in Usa, questi future primordiali portarono alla nascita della prima forma di speculazione economicoalimentare basata sulla seguente domanda: come sarebbero stati i prezzi dopo mesi? Si sarebbe davvero consegnata la merce oggetto del contratto to arrive? Fu un successo, ma senza garanzie di oggettività, volumi e liquidità, mai si sarebbe sviluppato fino ad attrarre l’interesse degli speculatori “non agricoli”.
Ecco che allora i futures del Cbot si sono affinati negli anni sia come normativa, sempre più trasparente e standard, che come giurisprudenza (contrattualistica, modalità di negoziazione, titolarità dei contratti, etc.).
Nel 1973, nasce il Cboe (Chicago board options exchange), che introduce le opzioni (options) e, di fatto, dà inizio all’era dei “derivati” che però all’esordio non riscuotono molto successo: inefficienza, frodi e speculazione sono frequenti. Con l’arrivo della tecnologia, oltre a importanti ridefinizioni nella struttura e nel funzionamento del mercato stesso, il Cbot progressivamente cambia pelle introducendo le contrattazioni telematiche a integrare e, di fatto, affiancare le contrattazioni alle “grida”, con un funzionamento che si può al limite definire come “ausiliario”.
 

 

CONTRATTAZIONE TELEMATICA
La tecnologia funziona in parallelo alle contrattazioni “alle grida” (permettendo, per esempio, l’accesso ai mercati anche ad altri operatori attraverso le reti informatiche), ma, cosa determinante, funziona anche a mercati “chiusi”, permettendo così agli operatori di tutto il mondo di proseguire le contrattazioni per l’intero arco delle 24 ore.
Arrivando ai nostri giorni: la semplificazione delle procedure di accesso ai mercati finanziari e ai “derivati” granari, la crisi finanziaria e immobiliare, la stasi economica e industriale e (semplificando al massimo) la possibilità di prendere “posizioni” per milioni di dollari rischiandone migliaia (ossia il “margine” richiesto a copertura del “premio” delle options) hanno fatalmente attratto i principali gruppi finanziari e bancari tra cui Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America fino alla Deutsche Bank e al gruppo Pnb Paribas (tutte associate all’Iff). In poco meno di dieci anni, si è quindi assistito all’ingresso nell’arena commerciale delle commodity cerealicole di un maggior capitale, ma anche di entità e investitori “occulti” totalmente alieni al mondo agro-alimentare spinti solo dall’interesse di trovare più ampia copertura del rischio inflattivo oltreché una profittevole diversificazione del proprio “portfolio” d’investimento. 
 

 

CRISI 2008 E 2010: SPECULAZIONE E “DERIVATI”
Arrivando alla valutazione dell’efficienza e degli effetti dei “derivati”, l’Iif ribadisce che nelle ultime due crisi cerealicole il legame tra speculazione finanziaria e volatilità dei prezzi agricoli è statomarginale e spesso legato a una sorta di “sentito dire” mentre risulta strettissima la correlazione tra l’andamento delle quotazioni (fig. 1) e il supply/ demand mondiale (fig. 2), con particolare enfasi sulla domanda dei paesi in via di sviluppo (fig. 3) e sulla crescente imprevedibilità climatica.
Se l’importanza delle stime dei consumi in Cina ed India è determinante a mantenere quel clima di “insufficiente disponibilità” che negli ultimi anni sostiene le quotazioni, è altrettanto vero che l’effetto non è del tutto esogeno al mondo dei “derivati” in quanto molta speculazione si basa sulla bontà delle previsioni di crescita dei paesi Brics, ossia di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (fig. 3). Basti pensare alla costante (da anni) esposizione in “derivati” dei fondi di investimento che, tra l’altro, scommettono sul valore della terra comprata ben oltre i valori “consoni”: in Texas il prezzo è passato da 750 a 1300 $/ha, un investimento che alle quotazioni cerealicoli di oggi mai si ripagherebbe! 
 

 

IL POTERE DELLA PAURA
Il ruolo degli speculatori e degli strumenti finanziari è rilevante anche e soprattutto nei casi del “sentito dire”, ove anche solo l’ombra di una notizia negativa scatena una vera e propria caccia al derivato.
Nel 2008 il sistema informativo e mediatico ha diramato bollettini di guerra sulla situazione cerealicola, per singola commodity, ma sfumando le possibili compensazione orizzontali tra i diversi cereali: per intenderci se la pasta si fa con il grano duro, per tutto il resto, dal pane ai mangimi, la sostituibilità tra cereali è molto ampia (fig. 1).
Nel 2010, come avrebbe detto Don Peppone, è stata la volta di radio Mosca a innescare la “bolla” e, anche in questo caso, la connessione tra prezzi in decollo e speculazione finanziaria è apparsa molto evidente anche se, supply/demand alla mano (fig. 3), quel che mancava in Russia (di mais) esuberava nella confinate Ucraina, la quale dopo poche settimane, ma non prima di assistere al decollo dei prezzi mondiali, ha accettato un primordiale e indolore “baratto”: mais per grano russo. Alla fine della campagna 2010/11, dopo aver assistito a momenti di isterica volatilità delle borse cerealicole, si scopre che, rimanenze alla mano, lo scenario del Mar Nero era sì delicato, ma non così apocalittico da giustificare per molti mesi blocchi, dazi e quote all’esportazione e, come per incanto, la seconda bolla si scioglie come neve al sole (-40 €/t in poche settimane)… ma non per molto in quanto grazie a possibili problemi in Europa (siccità) e Canada (ritardo nelle semine e alluvioni), il sistema speculativo si autorigenera e, come si direbbe, finché c’è problema c’è speranza “speculativa”.


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