Quinoa, è già voglia di filiera

Come produrla fuori dalle Ande: la ricerca del Cnr


quinoa

Nell’arco di poco tempo potrebbe vedere la luce una filiera della quinoa made in Italy. Ne è convinta Antonella Lavini, ricercatrice del Cnr Isafom di Ercolano e pioniera nello studio di questa coltura e delle sue potenzialità produttive alle nostre latitudini. Perché la quinoa, la “madre di tutti i semi” secondo le popolazioni andine, è diventata in questi anni un “caso internazionale”: celebrata nel 2013 dalla Fao, desiderata dai consumatori di tutto il mondo per le sue proprietà nutritive (molto proteica e priva di glutine, contiene pochi grassi e molta fibra, ha un bilanciato contenuto di amminoacidi essenziali che la rende paragonabile al latte), ha visto schizzare in poco tempo le quotazioni (quasi 20 €/g per la farina al supermercato) ed esportazioni (+600% in due anni). Tanto che i Paesi storicamente produttori – Perù, Bolivia, Ecuador – non solo non riescono a soddisfare la domanda del mercato, ma spesso non possono neanche più permettersi di consumare la loro creatura. «Sono proprio queste nazioni a spingere affinché si allarghi la produzione» secondo Lavini.

Ma realizzare la quinoa fuori dalle Ande non è scontato. «È vero che presenta una variabilità genetica molto ampia ed è ampiamente resistente allo stress idrico e salino. Ma una serie di ostacoli va superata per riuscire ad avviare una produzione su ampia scala».

Dal 2005 il Cnr, insieme ad altri istituti nazionali ed europei, sta cercando di superarli. Il primo, di ordine genetico: «negli anni sono state testate 15 varietà, due delle quali, la titicaca (selezione danese) e la regalona (argentina) sono risultate le più adatte al clima mediterraneo». Proprio queste due sono state le protagoniste del progetto “Quinoa Felix”, realizzato dal Cnr Isafom in collaborazione con un’azienda partner grazie ai fondi del Psr Campania. Conclusosi a giugno, il progetto ha affrontato soprattutto le difficoltà agronomiche legate alla coltivazione delle quinoa, con l’obiettivo di rendere la produzione italiana competitiva. «Purtroppo sulle rese non possiamo fare molto. Le varietà andine sono più produttive». La sfida si può giocare invece sul fronte della meccanizzazione. «Abbiamo sperimentato la meccanizzazione sia in fase di semina che di raccolta e sviluppato un metodo innovativo per la pulitura del seme dalla saponina, che nei Paesi di origine si fa manualmente. Abbiamo inoltre sviluppato un protocollo agronomico. Siamo in grado di essere competitivi solo se riusciamo a meccanizzare la coltura».

Resta sul campo un problema, il controllo delle infestanti: non esistono prodotti idonei, la quinoa assomiglia molto alle più comuni piante infestanti, ma anche qui, seguendo corrette pratiche agronomiche, è possibile minimizzare i danni. Il progetto non si è limitato all’aspetto agricolo. Sono stati coinvolti mulini e realizzati prodotti da forno. E, infine, un ricettario con prodotti italiani, dal pane ai cantuccini, rivisitati con la quinoa.


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