Produrre elettricità da biogas riduce le emissioni di gas serra

Analizzati cinque impianti localizzati tra Lombardia e Piemonte


biogas

Per quanto riguarda il settore del biogas agricolo nel nostro Paese, a distanza di qualche anno dal periodo che ha visto l’impetuoso sviluppo di questa tecnologia per la produzione di energia rinnovabile, i meccanismi di incentivazione sono stati rivisti e riadattati ma un’analisi seria e completa degli effetti (benefici?) che questa filiera comporta per l’ambiente non è ancora stata fatta. Sebbene gli aspetti ambientali non possano essere ridotti e semplificati a un puro bilancio delle emissioni di gas serra (GHG, dall’inglese greenhouse gases) è pur vero che gli obiettivi comunitari sono focalizzati sull’aumento della quota di energia da fonti rinnovabili, sulla riduzione dei consumi di energia e sull’abbattimento delle emissioni climalteranti. Il biogas prodotto dalla digestione anaerobica (DA) di biomasse agricole, siano essere residuali o appositamente coltivate, è in grado di concorrere al raggiungimento di questi obiettivi?

In questo contributo, per cinque diversi impianti localizzati in Nord Italia tra il Piemonte e la Lombardia viene eseguito il bilancio delle emissioni di GHG ed è quindi calcolato il carbon footprint (o impronta di carbonio) dell’elettricità da essi prodotta.

Cos’è l’impronta di carbonio

La Carbon Footprint (CF) rappresenta l’emissione di gas ad effetto serra (GHG, principalmente dovuti a anidride carbonica, metano e protossido di azoto) associata a un prodotto, un servizio o, in generale, un ciclo produttivo ed è espressa sotto forma di massa di CO2 equivalente immessa nell’atmosfera (kg di CO2 eq.), In pratica, misura l’impatto che i GHG hanno sul cambiamento climatico e, in particolare, sul riscaldamento globale del pianeta. Calcolando la CF, ogni gas a effetto serra viene “pesato” mediante un fattore di caratterizzazione specifico, chiamato Global Warming Potential (GWP); note le quantità è possibile quantificarne l’effetto sul riscaldamento globale (es. GWP CO2 = 1, mentre GWP CH4 = 21).

Il calcolo della CF comprende la quantificazione di tutte le emissioni di GHG lungo l’intero ciclo di vita, dall’estrazione delle materie prime allo smaltimento finale del prodotto con una logica “dalla culla alla tomba”. Nel 2013 è stata pubblicata la specifica tecnica ISO/TS 14067 che rappresenta il nuovo riferimento normativo internazionale.

Per il calcolo dell’impronta di carbonio dell’elettricità prodotta è quindi necessario considerare tutti i fattori produttivi consumati (es. carburanti e fertilizzanti utilizzanti per la coltivazione degli insilati, additivi utilizzati per il controllo della DA, elettricità consumata dai dispositivi dell’impianto, ecc.) e utilizzati (es. trattori, macchine operatrici oltre all’impianto di biogas stesso) nonché le emissioni di gas serra che hanno luogo nel corso della filiera. Riguardo alle emissioni è necessario considerare quelle di protossido di azoto dopo le fertilizzazioni azotate, quelle di metano per trafilamenti e per l’incompleta combustione nel CHP e, infine quelle di metano e protossido che si hanno durante lo stoccaggio. A fronte del consumo di materiale e dell’emissione di GHG è necessario considerare che la produzione di elettricità da biogas evita la generazione da fonte fossile e quindi l’emissione di circa 570 g di CO2 eq. per kWh e che analogo discorso può essere fatto anche il calore prodotto e non autoconsumato.

Considerando che, rispetto alla gestione tradizionale in vasche aperte, la DA dei reflui riduce le emissioni di metano, all’elettricità prodotta in impianti che usano reflui viene associato un ulteriore credito ambientale……

 

 

Leggi l’articolo completo di tabelle e grafici su “Bioenergie e Agricoltura” – Terra e Vita 39/2015 L’Edicola di Terra e Vita

 


Pubblica un commento