CAMPAGNA CEREALI. Rese e prezzi ancora sull’ottovolante. Giro di opinioni fra esperti –

La raccolta del frumento? Deprimente, a tratti indecifrabile per le altalene produttive anche nell’ambito della stessa area. Dopo tanti sforzi profusi dai produttori. Meglio i pesi specifici, ma non ovunque. Per qualcuno è peggio perché deve ancora vedere le trebbie.

Grano duro, ma cos’è questa volatilità?

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La raccolta del frumento? Deprimente, a tratti indecifrabile per le altalene produttive anche nell’ambito della stessa area. Dopo tanti sforzi profusi dai produttori. Meglio i pesi specifici, ma non ovunque. Per qualcuno è peggio perché deve ancora vedere le trebbie.

Colpa del clima, senz’altro. Ma questa altissima volatilità, delle produzioni e poi dei prezzi, sembra ormai una tendenza. Da tre-quattro anni le campagne granarie hanno perso la stabilità cui eravamo abituati in passato. L’aumento del costo dei mezzi tecnici ha tolto ossigeno alle buone pratiche agronomiche. E le tecniche colturali sballano mentre i prezzi da montagne russe hanno sbilanciato l’offerta e acuito i fenomeni di ritenzione (vedi gli stock di riporto dell’anno scorso).

Commercializzare il grano (come e quando), dopo anni di esperienza, è quasi materia da sfera di cristallo.

Di cosa è fatta questa instabilità? Si può governare? Quali armi hanno a disposizione gli agricoltori? Abbiamo posto le stesse domande a tre esperti diversi a diverso titolo: il produttore (Mario Guidi, ferrarese), il commerciante di cereali (Stefano Serra, Infogranarie e servizi), l’economista agrario (Angelo Frascarelli, università di Perugia). Partiamo con il frumento duro e proseguiremo (sul prossimo numero) con il tenero.
 

VENDO O NON VENDO?

Nel 2007, ha avuto ragione chi ha aspettato a vendere; nel 2008, è stato premiato chi ha ceduto il grano alla raccolta. Che aria tira per il 2009?

GUIDI
Adotterei un compromesso fra il 2007 e il 2008. Intanto i dati. Tra Usda, Igc, Ismea e Istat si stima un calo generalizzato della produzione 2009 sul 2008: in Italia (30-35%, da 5,1 milioni di t a 3,3 milioni di t), in Europa (15-20%) e in nord America (10-20%). E’ vero che gli stock mondiali sono percepiti in stabilizzazione o in leggero aumento, ma in realtà si trovano al di sotto della media degli ultimi quattro anni. Al contempo, i consumi 2009 dovrebbero crescere. Mettiamo sul piatto anche l’ipotesi di una ripresa dei prezzi dei noli marittimi che ovviamente incideranno sui costi delle importazioni.
Morale, esistono prospettive di crescita anche se oggi il mercato risponde lentamente e fatica a riprendere quotazioni interessanti. Se i molini temporeggiano è perché hanno disponibile, “a prezzo da determinarsi“, il prodotto dell’anno scorso e in parte già quello di quest’anno, un malcostume che finisce per influenzare il mercato. Ma l’interesse c’è, e si concretizza in ritiri immediati appena il grano è reso disponibile. Aspetterei dunque settembre, quando avremo i dati sulle produzioni italiane ed estere, prima di decidere le prossime mosse.

SERRA
Nel 2007 si è verificato quello che in 30 anni mai si era visto, per una nefasta concomitanza di eventi. Di fatto, solo alcuni ne hanno pienamente approfittato (vendita a ridosso dei 500 €/t) in quanto in molti vendettero subito e altri attesero fino a maggio 2008, realizzando la metà dei pochi fortunati.
Il 2008, base le stime delle associazioni di aprile-maggio 2008, è sempre stato definito un anno di abbondanza e l’applicazione a oltranza (ossia ben oltre agosto) della strategia del 2007 è stata una grossa miopia.
Il 2009 è un’annata a “due teste”: l’Italia fortemente deficitaria, ma aperta commercialmente a uno scenario mondiale che dovrebbe essere sempre più eccedentario da qui a qualche settimana e quindi sarebbe meglio una strategia tipo 2007 con cessione “pronta” (preferibile) o attesa a oltranza, sperando in qualche problema per i raccolti 2010: ma chi vive sperando nelle disgrazie altrui …

FRASCARELLI
Il 2007 è stato condizionato da fattori imprevedibili e congiunturali, che non si erano mai verificati nella storia del mercato del grano duro. Quindi non va preso come un fenomeno facilmente ripetibile.
Il raccolto del 2008 è stato molto abbondante in Italia e nel mondo ed era chiaro che bisognava vendere alla trebbiatura, quando il prezzo era ancora sopra i 300 €/t.
Per il 2009, avremo in Italia un raccolto scarsissimo, ma non dobbiamo farci illusioni sul prezzo. Record negativi si erano già verificati nel 2001 e nel 2003. In quelle situazioni, il prezzo più elevato fu raggiunto a febbraio 2002 con 210 €/t e a settembre 2003 febbraio 2004 con 180 €/t.
La situazione del 2009 è simile a quella del 2001 e del 2003, sia in termini di domanda che di offerta mondiale, ma per avere conferme bisognerà attendere ottobre quando avremo i dati sui raccolti nordamericani.
 

FUTURO PER GIGANTI

Cosa accadrà nei prossimi anni? Si ripeteranno i prezzi eccezionali del 2007-2008?

GUIDI
Sono stati entrambi anni eccezionali che si potranno anche ripetere episodicamente, soprattutto se non si realizzerà quella governance globale auspicata anche dal recente G8 agricolo. Il “fondo“ del mercato evidenzia comunque un trend costante di aumento delle quotazioni mondiali dei cereali e in particolare per il grano duro trascinato dalla crescita dei consumi di pasta anche nei paesi emergenti.

SERRA
Nel triennio che ci separa dalla ridefinizione degli aiuti disaccoppiati, si possono concretizzare due scenari: semine stabili ai livelli attuali (che già scontano prezzi ritenuti da molti troppo “bassi”, ma nonostante tutto in linea con l’offerta mondiale…che non ci perde, anzi ci guadagna!); oppure ulteriore progressiva contrazione delle superfici. In entrambi i casi l’influenza dei mercati esteri (Eu-27 e Mondo) sul prezzo del duro in Italia sarà fortissima e quanto accaduto nel 2007, nel 2008 e “oggi” potrà ripetersi. Ma sia chiaro che, nonostante l’Italia sia “leader” nella pasta, per il grano duro chi comanda è oltreoceano: Cwb (Canadian wheat board) e pochi attori sempre più aggreganti l’offerta mondiale, basti pensare alla fusione tra Viterra (Canada) e l’Abb (Australiana) o all’egemonia di una società come la Chs Inc. (Usa) che aggrega offerta da tre aree strategiche come Usa, Messico e Australia.

FRASCARELLI

Come ho già detto, l’impennata dei prezzi del 2007-2008 è stato un evento eccezionale, causato da una concomitanza di fattori congiunturali. Certamente potrà ripetersi, ma con la stessa probabilità con cui si ripetono gli eventi rari. Quindi l’agricoltore non può scommettere su tale evenienza. È molto più probabile che il prezzo si attesti nella “forchetta” degli ultimi otto anni ovvero tra 170 e 250 €/t.
 

DUE SOLE COLTURE

Da cosa dipende questa grande volatilità nelle produzioni e nei prezzi?

GUIDI
Qualcosa è cambiato e non è solo il clima che, semmai, sta esaltando due problemi di fondo: la polarizzazione verso due sole colture (grano e mais) e il depotenziamento delle cure agronomiche. E la nuova Pac ha giocato la sua parte perchè l’aiuto unico spinge il produttore a inseguire la coltura supposta a maggiore reddito (o a minori costi ). Con il sostegno differenziato per colture prevaleva invece il criterio dell’avvicendamento colturale, la scelta su basi agronomiche e, alla fine, i redditi delle varie colture finivano per bilanciarsi a vicenda con una sorta di indifferenza fra una coltura e l’altra.
Nel frattempo, abbiamo perso per strada 200 mila ha di bietole e i contratti sulla soia. Erano le basi di una sana rotazione (quella consigliata dai Psr e dall’articolo 68). (C’è anche il sorgo, ma è un’alternativa su superfici minime e lascia purtroppo i terreni fortemente impoveriti). Infine, l’attesa di prezzi troppo bassi dei cereali o l’aumento dei costi dei mezzi tecnici spinge a risparmiare sugli input (v. il caso della semina su stoppie di mais che va benissimo a patto che non si commetta l’errore di rinunciare alla difesa fitosanitaria). Nascono (anche) così le oscillazioni produttive e qualitative.
La volatilità dei prezzi è invece il frutto amaro di una globalizzazione non governata per cui i prezzi dipendono da fattori endogeni (quantità prodotte) ed esogeni (situazione finanziaria ed economica mondiale, speculazioni ) che agiscono come potenti moltiplicatori. Specialmente per il grano duro prodotto o in Italia o nel mondo (Nord America e Argentina in particolare) a differenza del tenero che viene coltivato anche in Europa. La stessa Ue, rinunciando alle politiche di mercato ci espone a una maggiore volatilità.

SERRA
Sono cambiate tante cose, ma tra le più rilevanti vi è la necessità di coprire l’approvvigionamento a futuro (39 mesi) e per volumi importanti (5-20 mila tonnellate al “colpo”) e soprattutto omogenei. Nessuno dei nostri produttori è in grado di contrastare la forza di una domanda mondiale che può offrire 30-100 mila tonnellate assumendosi il rischio di garanzia della consegna (volumi), garanzia di qualità e garanzia di prezzo; 30.000 tonnellate in Canada sono il frutto dell’aggregazione di 6-10 agricoltori; in Spagna di 20-30 agricoltori; in Italia di centinaia di agricoltori…
La volatilità è dovuta al fatto che viene sempre più a mancare (ma la domanda non ne è poi più di tanto dispiaciuta …preferendo lotti importanti in volume e soprattutto omogenei e garantiti nella qualità) la pluralità dell’offerta che ha finora reso graduale ogni inversione di mercato. Fino al 2007 una variazione di 10-15 €/t sulla Borsa merci di Bologna era un evento che faceva parlare per mesi. Oggi subiamo passivamente le decisioni dei Canadesi di cambiare il prezzo di 50-60 €/t in una notte. E non ci scandalizziamo più di tanto. I tempi sono davvero cambiati! E con loro il rischio commerciale e d’impresa sempre più a favore di entità commerciali con le spalle larghe… Il caro “pedalò” va bene a ridosso della costa, per navigare in acque internazionali ci vogliono ben altri scafi!

FRASCARELLI

La volatilità delle rese e delle produzioni del grano duro in Italia è un fenomeno verificatosi anche nel passato; dipende dal fatto che il grano duro è un cereale coltivato prevalentemente nel centro-sud Italia, dove la variabilità climatica influenza moltissimo le rese. Invece, la variabilità del prezzo del grano duro è un fenomeno nuovo che dipende dai fenomeni di speculazione commerciale che sono attuati dai grandi esportatori mondiali.
 

CONFERIRE, MA COME?

L’offerta è frammentata e discontinua: meglio delegare la vendita ad altri oppure organizzarsi meglio?

GUIDI
Delegare, no. Non va bene. Non con questa disorganizzazione, non con questa opacità del mercato. Nemmeno i contratti vanno bene se non sono finalizzati a massimizzare il reddito dei produttori. Facciamo un esercizio di fantasia: supponiamo che un centro di stoccaggio avesse sottoscritto contratti pre-raccolta con un primario trasformatore (diciamo 5000 t a 25 €) ritenendo di avere dai propri agricoltori adeguata copertura produttiva. Supponiamo che invece la scarsa produzione abbia dimezzato questa disponibilità e quindi il centro di stoccaggio debba assolutamente “ricoprirsi“ per non pagare penali. Mi chiedo: sarebbe un consiglio “spassionato “ quello di suggerire oggi agli agricoltori di vendere? Anche se non sembra, io sono un sostenitore del conferimento, ma a condizione che esista una maggiore trasparenza nella gestione del prodotto, perchè non serva solo a rendere la vita più “facile“ ai trader. Più che per concentrare grandi quantità di prodotto, il conferimento dovrebbe servire a completare un percorso di valorizzazione (quantità costante di lotti omogenei) per migliorare il reddito dell’agricoltore.

SERRA
Il “conferimento e delega a vendere” potrebbe essere un passo obbligato o per lo meno più che necessario per la maggior parte della nostra produzione. Già dire: “al 50% mi fido di quello che fai e al 50% lo decido io quando lo riterrò opportuno” metterebbe il commerciale di una coop/Cap nelle condizioni di operare sulla crescente domanda di “prezzi finiti a 36 mesi a futuro”. Poi, per gestire l’incognita “climatica” di vendere l’orso prima di averlo ucciso, sarà necessario affiancare a un’auspicabile concentrazione (“vera”) dell’offerta sia forme assicurative che di controllo del rischio.

FRASCARELLI
Se un imprenditore agricolo possiede la formazione necessaria per conoscere l’andamento dei mercati, può anche operare con scelte autonome. Altrimenti, non ha alternative: deve delegare la vendita a persone o strutture di fiducia. L’errore è di quegli agricoltori che pensano di prevedere i mercati, perché nel loro territorio si è prodotto poco o tanto. Il mercato è mondiale e le dinamiche territoriali sono una componente pressoché ininfluente.
 

IL FUTURO DEI FUTURE

Esistono le condizioni per realizzare contratti future anche in Italia?

GUIDI
Sono necessari, ma dipendono da alcune precondizioni. Analisi sugli scenari di mercato (italiano e internazionale) a medio termine effettuate da organismi terzi unita, naturalmente, alla volontà delle parti di costruire un simile mercato o di darsi un orizzonte temporale più lungo dell’episodicità. Chiaro che i future sono regolarmente disattesi, ma non per questo le altre nazioni vi rinunciano.

SERRA
Il solo future possibile in Italia è la condivisione delle prospettive di mercato tra domanda e offerta. Consci che nel 70% delle annate agrarie produrre grano duro in Italia costa più che importarlo dal resto del mondo (al netto dei margini degli importatori che sempre “adeguano” il prezzo di rivendita al mercato locale…), il punto è chi si prende il rischio di seminare un cereale che dopo 79 mesi potrebbe essere fuori mercato. Se la produzione Italia è il deterrente per ridurre l’egemonia estera (cosa in cui credo fermamente), domanda e offerta dovrebbero pariteticamente assumersene la responsabilità e il rischio economico… Se poi torna un altro 2007 la “domanda” riderà, ma potrebbero anche tornare dei 2004 o dei 2008!

FRASCARELLI
Nel grano duro i contratti future sono impraticabili, il mercato è troppo limitato.


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