Pomodoro da industria al Sud, l’incertezza frena i trapianti

Gli industriali chiedono la riduzione di superfici e prezzi. Gli agricoltori le ritengono pretese inaccettabili


pomodoro

A pochi giorni dall’inizio dei trapianti, che di norma partono ai primi di aprile, domina l’incertezza più assoluta su quale sarà l’esordio della campagna del pomodoro da industria nel Mezzogiorno, e in particolare nel bacino produttivo più importante, la provincia di Foggia. Della sua possibile evoluzione, poi, neanche a parlarne. Negli areali meridionali la programmazione di tale campagna è sempre stata balbettante, quest’anno è inesistente.

A metà febbraio c’è stato un primo approccio fra la parte industriale e quella agricola, poi più nulla. Gli industriali hanno chiesto il calo della superficie coltivata di almeno il 15% rispetto al 2015, l’adeguamento del prezzo del pomodoro tondo a 74 €/t e la riduzione di quello del lungo poco sopra gli 80 €/t, a causa del calo dei consumi in Italia e all’estero. Gli agricoltori hanno ritenuto queste richieste pretese assurde. Così fra le parti è calato il silenzio.

Per il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), Giovanni De Angelis, «il calo richiesto delle superfici è pienamente legittimo. Nel 2015 la produzione ha raggiunto in Italia un picco di 54 milioni di quintali, troppi, e non ci possiamo permettere di tenere rimanenze in magazzino, di fronte al calo dei consumi. Riguardo ai prezzi abbiamo semplicemente chiesto di uniformarci a quelli pagati dai nostri principali competitor che operano in Spagna e Portogallo. Nessuna contrattazione può trascurare questo dato di fatto. È vero poi che la qualità dei pomodori prodotti nel Sud Italia è di gran lunga superiore e va remunerata, ma essa, oltre a essere garanzia di successo sul mercato, anche per gli agricoltori, non può far decollare i prezzi oltre il tetto per noi ammissibile. Penso che gli agricoltori devono impegnarsi soprattutto ad aumentare le rese per ettaro».

La richiesta di ridurre del 15% la superficie coltivata è sproporzionata rispetto al calo, esistente ma non esorbitante, dei consumi, contesta il presidente dell’Op Apo Foggia Giuseppe Grasso. «E poi gli agricoltori che cosa devono coltivare? Il grano duro quota sui 24 €/q e non fa guadagnare niente. La barbabietola da zucchero in Capitanata è scomparsa. Le alternative sono irrisorie».

Ma il colpo più grave, per Grasso, è la pretesa degli industriali di abbassare ulteriormente i prezzi agli agricoltori. «Già l’anno scorso i prezzi sono stati semplicemente ridicoli e peggiorati da percentuali di scarto, applicati dalle industrie, davvero esagerate. 74 €/t per il tondo è un prezzo iniquo, così come è improponibile un calo per il lungo che gli industriali sembra vogliano far scendere a 82 €/t! Con questi prezzi non si può ragionare; coltivare un ettaro di pomodoro da industria costa almeno 8mila €/ha, e anche di più se occorre intensificare i turni irrigui e dare più acqua, come è accaduto nell’infuocata estate del 2015».

 

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