Piva: «Bisogna difendere la zootecnia da latte»

Parla il presidente di Cremonafiere sulle prospettive dell’allevamento nazionale


piva

In questo momento di crisi dei consumi, aumento dei costi di produzione del latte e forti oscillazioni sui prezzi, la soluzione potrebbe essere quella di indirizzare più latte possibile verso prodotti dop e puntare decisamente verso l’export, alla conquista degli spazi strappati all’italian sounding. E in questa partita un ruolo importante può essere giocato dalle cooperative di trasformazione.

Ne è convinto Antonio Piva, presidente di CremonaFiere, l’ente che organizza la Fiera Internazionale del Bovino da Latte. Piva è anche titolare di un allevamento di bovini da latte.

Presidente, quali sono le prospettive del settore?

«Bisogna difendere la zootecnia italiana: il prezzo del latte alla stalla fatica a coprire i costi per l’alimentazione degli animali e molti allevamenti rischiano la chiusura. L’allevatore dovrebbe essere remunerato in modo corretto, ma resta sempre l’anello più debole della filiera. Non c’è rispetto per i produttori se oggi la grande distribuzione continua a guadagnare sui prodotti lattiero-caseari e anche la trasformazione chiude bilanci positivi».

E quindi?

«Il sistema produttivo italiano deve sostenere costi più elevati di quello francese o tedesco. A partire dalla burocrazia. Il carico di lacci e lacciuoli di una stalla italiana non è paragonabile a quella di un allevamento francese o tedesco. In Italia l’allevatore è oberato da adempimenti di tutti i tipi che gravano sulla gestione aziendale e fanno lievitare i costi. Oggi non si può più parlare di processo di concentrazione degli allevamenti. Stanno chiudendo infatti anche le stalle più grandi. La stalla italiana, quindi, deve essere resa competitiva con quella europea anche in termini di costi. Non si può pensare di equiparare solamente il prezzo del latte italiano a quello europeo. Se l’industria straniera acquista latte italiano una motivazione c’è, è attirata dalla qualità e dall’uniformità del latte munto nei nostri allevamenti. La materia prima prodotta in Italia è uguale per 365 giorni all’anno, questo è un valore aggiunto che deve essere riconosciuto».

I costi di produzione non possono essere ridotti?

«Oggettivamente il limone si può spremere ancora ed è possibile incidere ancora sui costi di produzione del latte. Se però si interviene sull’alimentazione dei bovini bisogna poi fare molta attenzione a non perdere in qualità. Questa rappresenta il vero punto di forza del latte italiano. L’asticella della qualità non deve mai scendere. Piuttosto si potrebbe puntare invece su altre voci, ad esempio quella della semplificazione burocratica».

È utile l’accordo del 28 luglio scorso sull’indicizzazione del prezzo del latte, firmato in Lombardia solo dalle cooperative della trasformazione e valido solo per il latte acquistato sul libero mercato?

«Le trattative a livello impositivo non portano a nulla. È sempre stata l’industria a dare l’indicazione di massima sul prezzo. Il vero problema oggi è che ai tavoli per la definizione del prezzo del latte mancano sempre delle gambe. L’unica soluzione in questo momento è un cambio di passo a livello politico. O l’agroalimentare viene riconosciuto patrimonio nazionale e come tale viene difeso anche nei confronti di quelle poche industrie che non lo tutelano, oppure è inutile parlare del valore dei prodotti italiani nel mondo e lottare contro l’Italian sounding. Bisogna che alla materia prima italiana venga riconosciuto una giusta remunerazione anche da parte della trasformazione».

Come fare?

«Se si vuole puntare veramente sul made in Italy e sulle dop la cooperativa è l’unico strumento che può essere messo in campo. In questo modo può accedere alla trasformazione anche chi è nel settore primario. Occorre inoltre destinare più materia prima possibile alla trasformazione in prodotti ad alto valore aggiunto, come ad esempio le Dop del Grana Padano e Parmigiano Reggiano».

Anche l’export è una leva fondamentale.

«Certo, ma deve essere perseguita con una politica mirata, in particolare verso i paesi emergenti e i nuovi consumatori. L’export di prodotti a denominazione è decisamente sottodimensionato rispetto alla domanda. Lo dimostrano i dati sempre positivi delle spedizioni all’estero di Grana Padano nel primo quadrimestre dell’anno: hanno registrato unna crescita del 10% con ben 660mila forme esportate. Ugualmente, assieme all’internazionalizzazione bisogna intensificare la lotta alla contraffazione e combattere l’Italian sounding: si tratta di parecchi miliardi di euro che potrebbero essere liberati per far posto agli autentici prodotti italiani».

Potrebbe essere efficace il ricorso a una rete di protezione assicurativa simile a quella adottata negli Usa per salvaguardare il reddito degli allevatori?

«Non riesco a immaginarmi un’evoluzione lineare della polizza assicurativa. Non ho capito fino in fondo questa soluzione, ci sono molte varianti nelle destinazioni del latte. In Italia ci sono inoltre molte scuole di pensiero».

E rispetto allo stanziamento di 500 milioni di euro …..

 

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