Ogm, troppi luoghi comuni

Tanti tabù da rimuovere per risalire sul treno della ricerca


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Quindici anni fa almeno una decina di istituzioni scientifiche aveva iniziato lo studio degli ogm fino alla creazione di piante geneticamente modificate per affrontare di petto problemi di colture, soprattutto ortofrutticole italiane, irrisolvibili con il breeding tradizionale.

L’Italia si era posta all’avanguardia in Europa con proposte e soluzioni genetiche per il recupero del pomodoro San Marzano, per ottenere uve apirene e ortaggi partenocarpici, per la radicazione di piante arboree recalcitranti, per meli resistenti a malattie come la ticchiolatura, per pioppi non più allergenici, fragole e altri frutti auxino-dipendenti, qualitativamente migliori ecc.

Tutte migliorie che non interessavano le multinazionali, abituate ad operare sui grandi scenari delle commodity di cui detenevano i brevetti nei processi di trasformazione. Tutto si fermò in soli due-tre anni.

 

Cambio di rotta

Gli istituti dovettero cambiare rotta. Molti ricercatori si convertirono agli studi di genomica e in particolare dei marcatori e delle tecniche MAS (Marker Assisted Selection), utili per accelerare e indirizzare i programmi di miglioramento genetico tradizionale.
Ma i problemi irrisolti prima lo sono tuttora. Potevamo essere e rimanere i primi in Europa, mentre siamo scomparsi dalla scena. Poteva nascere un’industria biotecnologica forte di brevetti italiani, e invece continueremo ad acquisire a costi talvolta proibitivi i brevetti stranieri nel campo delle sementi, come in quello delle varietà da frutto o ornamentali
Intanto la ricerca negli altri paesi più avanzati è andata avanti. È la medicina, con i suoi straordinari progressi, a indicarci la strada da seguire. In commercio ci sono per ora quasi solo sementi transgeniche di prima generazione, ma sono in osservazione o sotto processo di autorizzazione (faticosissimo e molto oneroso) decine di nuove piante transgeniche utili non soltanto per migliorare la produzione, ma anche per finalità ecologiche (resistenti alla siccità, alla salinità dei suoli, a fitopatie, idonee a bonificare acque e ambienti), per migliorare il valore nutraceutico dei prodotti (quindi la salute e il benessere dei consumatori), per ricavarne farmaci, come si trattasse di biofabbriche (vaccini e altro), ecc.

 

Le alternative

Ci sono almeno una decina di tecnologie alternative alla prassi attuale per ottenere ogm, fra queste ne citiamo tre:

–   cisgenesi: la richiesta olandese di considerarla alla stregua delle mutazioni, fuori dalla regolamentazione ogm, non ha ancora avuto esito dall’Ue;

–   silenziamento genico;

–   genome “editing”, che si limita per ora a introdurre mutazioni in sequenze del dna responsabili di uno o più caratteri; metodo analogo a una mutazione naturale.

Ma vi sono tabù, o meglio, artifici dialettici, non dimostrabili, la cui cancellazione dovrebbe rimuovere ostacoli. Eccone alcuni:

–   “con le colture ogm si nuoce alla diffusione commerciale dei prodotti del made in Italy”. Dunque se si ottenesse un Moscato resistente a peronospora od oidio (e perciò riducendo molti trattamenti anticrittogamici), forse che le uve vinificate ad Asti (per farne Moscato doc) non sarebbero migliori di prima? Siete sicuri che i coltivatori non sarebbero i primi a voler sostituire il Moscato comune con quello ogm?;

–   “Le colture ogm impediscono di coltivare in sicurezza il biologico”. Basta osservare le distanze, come fanno in altri paesi, anche importanti, che hanno sia le une sia le altre anche in aziende piccole;

–   “Si erode ulteriormente la biodiversità”, ma ci si può chiedere anche se questa non possa migliorare. Esempio: da cinquanta o sessant’anni in Italia si acquistano solo sementi ibride create dalle stesse multinazionali degli ogm; le nostre colture autoctone locali sono state spazzate via da sementi non ogm prodotte dalle multinazionali. I mais ogm, vietati in Italia, cosa potrebbero far scomparire, offrendo già rese tre o quattro volte superiori a quelle preesistenti, poco o nulla del nostro residuo germoplasma?

–   grazie alle nuove biotecnologie verranno creati nuovi “biopesticidi” che potranno essere di grande utilità per le coltivazioni biologiche, che si servono già dei feromoni, del B. thuringiensis e di altri mezzi organici. Ora si difendono le coltivazioni biologiche con principi attivi naturali, talvolta nocivi, ad esempio gli estratti di nicotina o di legno quassio. E se nuovi pesticidi biotecnologici non fossero nocivi per l’ambiente e la salute, perché dovrebbero essere rifiutati?

Sono solo alcuni esempi che dimostrano quanto avrebbe potuto fare l’Italia nel campo della ricerca solo fosse stata messa in condizione di farlo. Perché continuare ad ignorare che il mondo biologico sta camminando (biologico molecolare e post-genomico), con una velocità persino superiore a quella dell’informatica?

 

Tratto dall’intervento alla Commissione Agricoltura del Senato (13/07/2015)


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