Per mantenere entro limiti accettabili il costo unitario di una mietitrebbia, bisogna disporre di superfici coltivate di almeno 300-400 ha

MIETITREBBIE: Quel filo sottile tra prestazioni ed economia

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Ma 500 cavalli servono davvero?
Non è stato facile rispondere alla domanda, fatta a bruciapelo da un economista ormai canuto, ma sempre attento alle dinamiche dei costi di produzione, davanti a certi “mostri” esposti all’ultima edizione di Eima. Di certo, se tutti i maggiori costruttori dimostrano di credere in queste macchine al punto di averle sviluppate e messe in produzione, avranno le loro buone ragioni.
D’altra parte, se si costruiscono testate di raccolta da 7, 8 o 9 metri di larghezza, non c’è dubbio che ci vorranno mietitrebbie in grado di azionarle e di lavorare l’enorme massa di prodotto che riescono a ingoiare: dove si lavora su appezzamenti di centinaia di ettari e non ci sono vincoli di spazio, non esiste virtualmente alcun limite alle dimensioni della mietitrebbia.
Campi di un chilometro di lato sono piuttosto rari dalle nostre parti, se dobbiamo dare retta alle proiezioni statistiche più credibili, nell’attesa dei dati ufficiali del censimento appena concluso: pare in ogni caso difficile ipotizzare che l’azienda cerealicola possa superare, in media, la ventina di ettari. Non potremo tuttavia contare sui risultati del censimento per conoscere la superficie media dei singoli appezzamenti, parametro veramente importante per impostare le politiche agricole del prossimo decennio, ma che evidentemente all’Istat non interessa. Sarebbe auspicabile semmai che le informazioni raccolte dal censimento venissero incrociate con quelle già in possesso di Agea, per avere un quadro più preciso di come siano le nostre aziende agricole. Diverso è infatti il modello di sviluppo che si può proporre a un’azienda che coltiva 20 ettari di grano duro su 1, 2 o 10 appezzamenti diversi: nei primi due casi si può pensare in grande, mentre con i campetti di due ettari può diventare problematica anche la sostituzione della macchina usata, tenuto conto che le case costruttrici alzano ogni anno l’asticella della potenza minima delle mietitrebbie.
Si ponga attenzione al fatto che non stiamo parlando di dimensioni aziendali tali da consentire l’acquisto e le gestione in proprio della mietitrebbia: l’esame della tab. 1, il cui scopo è peraltro quello di mettere a confronto macchine di diversa potenza, mostra infatti che, per mantenere entro limiti accettabili il costo unitario, bisogna disporre di superfici coltivate di almeno 300-400 ha. Non è un caso che la stragrande maggioranza delle colture da granella sia da tempo appannaggio del contoterzismo: la raccolta in proprio, anche se con macchine usate o usatissime, è ormai divenuta un hobby eccessivamente costoso, che tende inevitabilmente a essere abbandonato, salvo il caso di qualche grande azienda che dispone ancora di personale specializzato.

 

L’INCIDENZA DEI CONSUMI
Non c’è dubbio che negli spazi ristretti la macchina di gamma alta possa incontrare qualche difficoltà in più rispetto a un modello meno potente: per comprendere meglio questo concetto, in verità poco studiato anche dalle riviste specializzate, possiamo prendere ad esempio un normale tragitto in automobile. Anche qui ci sono i vincoli, eccome! Pensiamoai limiti di velocità e ai relativi controlli: oggi, per percorrere 200 chilometri in presenza del sistema “Tutor”, sappiamo che impiegheremo poco più di un’ora e mezza, e poco importa se disponiamo di un tranquillo “milledue” o di una potente “tre litri”. L’unica differenza significativa la ritroveremo nel consumo di carburante, dato che muovere una macchina grande e pesante costa molto di più – in termini energetici – che azionare un’utilitaria. Se quest’affermazione appare ovvia, dobbiamo tuttavia osservare che a parità di modello, sempre parlando di automobili, la versione meno potente (entro certi limiti…) tende sempre a consumare qualcosa di meno di quella più brillante.
Il riferimento ai consumi calza anche per le macchine agricole: con un prezzo del gasolio maggiorato di oltre il 20% rispetto all’anno passato bisogna ricominciare a tenere d’occhio la lancetta del carburante, tanto più che i nuovimotori in arrivo promettono – quale contropartita delle minori emissioni inquinanti – costi di eserciziomaggiorati, dovuti o a maggiori consumi specifici o al costo degli additivi per abbattere gli ossidi di azoto, senza tenere conto delle complicazioni costruttive che prima o poi si faranno sentire.

 

NON C’È SOLO IL GASOLIO
Ma non ci sono solo i consumi di gasolio: se, per tornare al paragone con l’auto, facciamo il confronto fra la berlina di classe e l’utilitaria, ci rendiamo conto che con la prima avremo di certo viaggiato più comodi, ma, visto che abbiamo impiegato lo stesso tempo, a quale prezzo? È così anche per la mietitrebbia. La quantità di prodotto raccolto e la superficie potranno magari essere maggiori, la macchina avrà lavorato in scioltezza, senza essere “presa per il collo”, ma se alla fine l’agricoltore ci paga lo stesso prezzo, bisogna che i maggiori costi orari siano effettivamente stati compensati dalla velocità di esecuzione.
Maggiori sono i vincoli (spazi di manovra, dimensioni dei campi, polverizzazione degli interventi ecc.), più diventa problematico il raggiungimento di un punto di equilibrio fra le due variabili. Questo però è destinato ad allontanarsi tanto più velocemente, quantomaggiori sono le prestazioni dellamietitrebbia, e la cosa diviene visibile specialmente quando si ragiona in termini di sostituzione di una macchina esistente. Ammettiamo di trovarci nelle condizioni di cambiare una macchina di categoria medioalta, con una decina di campagne sulle spalle. Un siffatto intervallo di tempo presuppone che lamacchina abbia totalizzato almeno 3.500 ore di battitore e conservi ancora un discreto valore di realizzo, tale da renderne appetibile la sostituzione. Quale macchina scegliere? Se si optasse per una con prestazioni analoghe, magari migliorate per effetto della normale evoluzione tecnica, ci sarà da attendersi che si potrà continuare a lavorare quelle 300-350 ore all’anno, con una marginalità modesta, ma tutto sommato accettabile, senza dover scendere a compromessi sul piano della maneggevolezza e della flessibilità di impiego. Ma se, complice una super offerta del concessionario, si facesse un pensierino su una macchina di categoria superiore, ecco che potrebbero presentarsi diverse problematiche inaspettate:
1. diminuzione della flessibilità di impiego: se le dimensioni sono “importanti”, non potrà essere indistintamente impiegata presso tutti i clienti, ma solo nelle aziende che lo consentono, con oneri organizzativi tutti da quantificare;
2. costo dei carburanti e lubrificanti: ammesso che la maggiore produttività oraria riesca a bilanciare i consumi in campo, nei trasferimenti stradali avremo sempre consumi maggiori, dato che la velocità su strada è sempre la stessa;
3. incremento del costo unitario: se la produttività oraria aumenta di un fattore sufficiente a eguagliare il costo per ettaro, rispetto a una macchina equivalente a quella sostituita, diminuiscono però le ore di lavoro, rendendo problematico l’ammortamento.
Sintetizzando i vari inconvenienti, possiamo dire che se una mietitrebbia nasce per raccogliere 300 quintali l’ora di granella di mais, in condizioni di impiego medio, ma pur sempre ottimali, non sarà conveniente impiegarla per raccoglierne la metà: benché i moderni motori Diesel a controllo elettronico siano in grado di ridurre i consumi a carico ridotto, avremo sempre a che fare con una macchina capace di prestazioni ben superiori, sottoutilizzata per “giocherellare” in condizioni in cui un mezzo assai più economico potrebbe esprimere il meglio di sé. Ecco allora che converrà senz’altro limitarsi a una scelta più concreta e pragmatica, capace di garantire prestazioni economiche accettabili e un ammortamento della macchina privo di sorprese.

 

PER CHI VUOLE UN SALTO DI QUALITÀ
Del tutto diverso è il caso in cui si voglia fare un deciso salto di qualità, sostituendo due macchine di media capacità di lavoro, ormai stanche e cariche di ore, con una sola mietitrebbia di gamma alta, in grado di diventare il vero cavallo di battaglia dell’azienda.
Una scelta siffatta va ponderata con cura, in quanto può presentare sia pregi che difetti; vista la complessità dell’argomento e la sua applicabilità in relazione alle caratteristiche dell’impresa, si ritiene utile esaminare distintamente soltanto i principali pro e contro.
Fra i vantaggi possiamo enumerare:
– riduzione dell’esposizione finanziaria (data dalla permuta dei due usati);
– riduzione del personale impiegato;
– semplificazione nell’organizzazione del lavoro;
– riduzione dell’assistenza al trasferimento (scorta tecnica);
– riduzione degli interventi in campo (rifornimenti, manutenzioni ecc.).
Esistono però alcuni inconvenienti:
– possibile mancanza di una “riserva”: la soluzione è applicabile senza troppe scosse in aziende che abbiano almeno 3 mietitrebbie; anche sostituendone 2 con una nuova, ne restano sempre due operative;
– riduzione della flessibilità: diminuisce la possibilità di servire contemporaneamente più clienti, cosa utile specialmente con tempo incerto;
– non ci devono essere limiti (di accesso, manovra o lavoro) tali da ridurre l’operatività di una macchina di grandi dimensioni rispetto a quelle sostituite.
Come si può vedere, non sono scelte da fare a cuor leggero, considerato che il puro e semplice prezzo di acquisto di una mietitrebbia equivale al prezzo della mietitrebbiatura su un’estensione di terreno dell’ordine di circa 2.000-3.000 ha, a seconda delle colture praticate e delle condizioni di mercato.
Se poi aggiungiamo le altre voci di costo – interessi, consumi, manutenzioni, manodopera e costi amministrativi – ci rendiamo conto che nel corso della sua vita operativa una macchina deve oggi raccogliere una superficie variabile fra i 5.000 e gli 8.000 ha.

 


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