Meno azoto, stessa resa

Un’azienda veneziana sostituisce l’urea con i prodotti Bms in particolare sul mais


azoto

Dato per scontato che l’azoto è indispensabile a una corretta crescita delle colture, un suo eccesso, oltre a penalizzare economicamente l’agricoltore, può impattare negativamente anche sull’ambiente. Sulla scorta di questo assunto, l’agrotecnico Alberto De Bianchi, direttore dell’Azienda agricola Saip di Jesolo (Ve), estesa in un corpo unico di 254 ha, ha sperimentato recentemente un cambiamento di rotta nella fertilizzazione.

L’azienda, in passato solamente frutticola, negli anni ha in buona parte convertito l’indirizzo produttivo, mantenendo una ventina di ettari fra peri e vigneto, e coltivando la restante superficie a mais (60 ha), soia (60 ha), grano tenero (60 ha), barbabietola da zucchero (40 ha), con rese di 130 q/ha per il mais, 40 q/ha per la soia, 75 q/ha per il grano tenero e 90 t/ha di saccarosio per la barbabietola.

«Fino a 3 anni fa il piano aziendale di fertilizzazione – spiega De Bianchi – si basava su concimi tradizionali minerali, complessi o semplici, integrati su barbabietola, peri e viti da prodotti fogliari composti per la maggior parte da microelementi in modo da soddisfare il fabbisogno nutritivo della singola coltura».

«Poi, nelle ultime annate – prosegue De Bianchi – abbiamo deciso di modificare la fertilizzazione in particolare per il mais, cercando di limitare il carico di concimi tradizionali, in specifico l’urea, sostituendola con prodotti che apportano circa la stessa quantità di elementi nutritivi di un concime tradizionale, ma che hanno un minor impatto sull’ambiente: il nostro bacino, infatti, è vicino alla laguna di Venezia!».

Risultati convincenti

La Saip ha così sperimentato i nuovi prodotti di Bms Micronutrients per 2 anni consecutivi su 10 ha di mais, affiancandoli ad altrettanti ettari della stessa varietà fertilizzati con il metodo tradizionale come testimone.

«Questa tecnica, messa a punto da Bms – continua De Bianchi –, consiste nel ridurre l’apporto di azoto nelle fasi di sviluppo della pianta, sostituendolo con prodotti Bms in microgranuli o liquidi, quindi anche di semplice manipolazione e distribuzione. Così, se con i concimi tradizionali l’apporto di azoto è stato di 280 unità, nella prova Bms si è fermato a sole 160 unità».

Ma sono soprattutto i risultati ad aver convinto De Bianchi: «Durante la prova ho riscontrato che, a parità di varietà, la produzione è risultata uguale. Quello che è cambiato sensibilmente è il comportamento delle piante: dall’emergenza alla maturazione, con i prodotti Bms il mais ha mantenuto un accrescimento regolare e un colore sempre uniforme e intenso, nonostante i frequenti cambiamenti climatici sempre più estremi in questi ultimi anni».

«Inoltre è migliorata la gestione aziendale del fertilizzante – aggiunge De Bianchi –, perché la manipolazione è risultata molto più semplice: anziché movimentare urea e altri concimi in sacchi da 600 kg, abbiamo utilizzato sacchi di microgranuli da 10 kg e taniche di prodotto liquido da 5 l. Le comode formulazioni ci hanno consentito di associare i fertilizzanti ad altre operazioni colturali, come la semina, il diserbo e il trattamento contro la piralide, senza contare che i prodotti sono compatibili con la maggior parte degli agrofarmaci».

Un’esperienza da ripetere

«Infine – osserva l’agrotecnico –, le variazioni climatiche incidono maggiormente sull’assorbimento radicale dei fertilizzanti, piuttosto che sull’assorbimento fogliare che, soprattutto nelle fasi centrali di sviluppo della pianta, risulta favorito».

«Quindi – conclude de Bianchi – dato che in termini di costi siamo sostanzialmente in linea con le concimazioni tradizionali, prevedo di continuare anche nei prossimi anni a utilizzare questi nuovi prodotti Bms, sia per vagliarne a fondo le potenzialità rispetto alla fertilizzazione tradizionale, e sia soprattutto per adeguare giustamente l’azienda alle sempre più restrittive regole sull’impatto ambientale».


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