Massimo Mazzanti: «La guerra dei voucher»

Il lavoro nero è immorale. Ma lo è anche punire solo, e sistematicamente, i datori di lavoro che sbagliano


voucher

Agricoltori attenti, la Cgil ha dichiarato guerra ai voucher. Con grande sforzo organizzativo la Confederazione, che fu di Giuseppe Di Vittorio e di Luciano Lama, ha lanciato la raccolta delle firme per la “Carta dei Diritti Universali del Lavoro”, un corposo elaborato (di ben 64 pagine fitte fitte), teso a costruire il “nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori”. In pratica un progetto ben strutturato, anche tecnicamente, teso in concreto a demolire il Jobs Act renziano, reintroducendo (in pejus) molti dei contenuti del vincolistico e datato statuto dei lavoratori del 1970.

 

La lettura del documento però non può che preoccupare gli imprenditori italiani, non solo agricoli; un coacervo di regole atte a imprigionare il lavoro in un reticolo normativo davvero stringente.

La Cgil punta, ad esempio, all’eliminazione dei voucher, imputati di “destrutturare il lavoro”, a cambiare il lavoro in appalto e le regole sui licenziamenti: indietro tutta, si ritorna al passato, più vincoli, più rigore, meno libertà, più discrezionalità dei giudici del lavoro e aumento del potere interdittivo del sindacato. Il forte incremento dell’uso dei voucher (secondo i dati Inps 2015 sono stati utilizzati buoni per 115,1 milioni di € su 1.380.000 lavoratori, con un più 66% rispetto al 2014) oltre la retorica pauperista, copre nella grande parte del paese, esigenze di flessibilità e semplicità operativa e di contenimento dei costi del lavoro, pur non nascondendosi fenomeni elusivi o usi distorti dell’istituto introdotto dalla legge Biagi (cd. Lavoro accessorio).

 

Nella parte sana e virtuosa del mondo imprenditoriale, l’uso del voucher tende alla copertura “legale” di esigenze estemporanee e occasionali di lavoro, altrimenti impossibili da soddisfare, per tacere della forte presenza del voucher nelle piccole imprese che non hanno strumenti contrattuali adeguati, ad esempio per le sostituzioni e similari. Un suggerimento va fatto quindi al Ministro del Lavoro: modifichi pure le regole sul voucher – peraltro il recente intervento del Jobs Act (D.Lgs. n. 81/2015) ha ridotto le figure e appesantito l’uso del lavoro accessorio, specialmente in agricoltura – ma introduca norme compatibili con le assunzioni occasionali, di breve periodo, in emergenza e d’urgenza, snellendo le procedure, unica garanzia per la legalità.

 

Ma altre nubi si appalesano all’orizzonte per gli imprenditori agricoli: il furore ideologico, le necessità della politica hanno generato la “rete del lavoro agricolo di qualità”, che da opportunità per le imprese virtuose si sta trasformando in penalizzazione commerciale per le sole aziende italiane (siamo sicuri che i produttori mediterranei di olio e agrumi siano così rispettosi delle regole del lavoro?) che si vedono potenzialmente escluse dai fondamentali circuiti della grande distribuzione, per tacere del progetto di legge giacente in Senato (Disegno di legge n. 2217) in materia di “contrasto ai fenomeni del lavoro nero in agricoltura” che “criminalizza” un intero settore produttivo.

Certo il lavoro irregolare è deprecabile e va combattuto, ma come conciliare le aspettative commerciali della grande distribuzione – che vende 2 kg di arance a 90 centesimi di euro e paga ai produttori agricoli importi che nemmeno coprono le spese di raccolta – con la sopravvivenza delle aziende agricole stesse?

 

Il lavoro nero è contro legge, e ciò è morale e giusto, ma punire solo e sistematicamente i datori di lavoro che sbagliano, o che non possono fare altro che sbagliare, è un delitto economico e di sistema che penalizza i produttori italiani a scapito dei produttori dell’area mediterranea che anzi sono favoriti ed incentivati.

Se mandassimo gli ispettori del lavoro a Tunisi o a Istanbul probabilmente ne vedremmo delle belle.

 

di Massimo Mazzanti

avvocato – esperto di diritto del lavoro in agricoltura

m.mazzanti@mazzantilex.com


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