Mais, i numeri della batosta

Brusco calo delle produzioni e dei prezzi. Aumento dei costi


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Parte male, anzi malissimo, la campagna di commercializzazione 2015 del mais. Con cali dei prezzi alla produzione compresi fra il 10 e il 20%, si profila all’orizzonte una batosta per i cerealicoltori italiani, quest’anno alle prese con produzioni in calo a causa della siccità, aumento dei costi di produzione e scenari commerciali che penalizzano ancora una volta il prodotto nazionale. Ma andiamo con ordine.

Rese in calo – Certamente l’andamento meteorologico di quest’ultima estate non sarà ricordato favorevolmente dai produttori di mais. Negli areali più vocati della Pianura Padana, la siccità del mese di luglio e di parte di quello di agosto, aggravata da temperature record, ha determinato rese in calo che vanno da un -15% dove si è irrigato di più (5-6 volte nell’arco di un paio di mesi) fino a un -30% negli appezzamenti ove si è fatto ricorso a interventi irrigui di soccorso di minor entità. In ogni caso, ciò ha provocato un anticipo dei tempi di raccolta, un paio di settimane per gli ibridi più precoci, confermando il generale calo delle rese.

Ma quanto mi costi – Proprio la richiesta di più interventi irrigui ha determinato un aumento sensibile dei costi produttivi. Rispetto alle canoniche 2-3 irrigazioni per anno, si è raddoppiato il numero di interventi di soccorso, con la conseguenza che i costi di produzione sono aumentati di circa l’8% rispetto a un anno fa. La diminuzione del costo dei carburanti agricoli, specchio del calo del prezzo del petrolio, ha compensato solo parzialmente l’incremento del costo colturale, che altrimenti avrebbe subito aumenti sicuramente più consistenti. Si può comunque calcolare che produrre un ettaro di mais, utilizzando 4-5 interventi irrigui, sia costato non meno di 2.380 €.

Prezzi non soddisfacenti – Sul fronte dei prezzi la situazione non va meglio. Rispetto a un anno fa, dopo alcuni timidi segnali di tenuta di inizio agosto, i listini di fine mese hanno fatto registrare perdite generalizzate comprese fra il 10 e il 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ciò significa dai 20 ai 40 €/t in meno, quindi una diminuzione dei ricavi, considerando una resa di 11 tonnellate, compresa fra 220 e 440 €/ha. Troppo, affermano i maiscoltori, per un ottenere un minimo di guadagno. I conti sono presto fatti. Considerando come riferimento il prezzo di 173 €/t di Bologna, con i costi produttivi del 2015 sarebbe necessario produrre non meno di 13 t/ha per pareggiare i costi stessi. Missione, come visto, quasi impossibile.

La qualità paga? Ma sul fronte prezzi è necessario segnalare un altro fatto. Alcune borse merci, come Milano e Verona, con la nobile intenzione di salvaguardare il prodotto di migliore qualità, hanno istituito da quest’anno diverse categorie di mais, in funzione del contenuto di micotossine. Quindi, oltre al mais nazionale base, sono state introdotte due altre categorie di qualità superiore, un mais zootecnico, con tenori di aflatossine che non devono superare i 5 ppb e contenuti di DON che non devono essere superiori a 4.000 ppb e addirittura un mais alimentare, con caratteristiche sanitarie ancora migliori. Alla prova dei fatti, guardando i listini di queste due borse merci, ci sembra che la diversificazione delle categorie di prodotto, invece che premiare quello migliore, sia servita per penalizzare ulteriormente le quotazioni del mais base, con un calo dei prezzi addirittura del 20% rispetto a un anno fa, mentre il prezzo del mais zootecnico di qualità superiore è calato solo, si fa per dire, del 10%. Dove sta il vantaggio?

La fine del mais made in Italy – A conti fatti, il micidiale cocktail composto da calo delle rese, aumento dei costi e soprattutto diminuzione dei prezzi determinerà performance economiche per i produttori tutt’altro che positive. Anzi, con ogni probabilità, verrà intaccato anche il già magro aiuto Pac, che risulta ridimensionato dalla recente riforma comunitaria.

Resta da spiegare perché in Italia il prezzo del mais nazionale, anche il migliore in termini sanitari, da anni diminuisce, mentre quello di origine comunitaria e, ancora meglio, quello di provenienza extra Ue valga molto di più. Almeno 10 €/t il primo, 20 €/t secondo. Che il prodotto che si coltiva fuori dai confini nazionali sia di migliore qualità è tutto da dimostrare; piuttosto, ci sembra che, siccità a parte, qualcuno intenda smantellare la filiera maidicola italiana.

Leggi l’articolo completo di tabelle su Terra e Vita 35/2015 L’Edicola di Terra e Vita


There are 2 comments

  1. azienda Paradiso

    E’ la solita storia non basta seminare e sperare nella buona sorte non sono certo il primo della classe e dico che la qualità va perseguita a tutti i costi se si vuole valorizzare il proprio prodotto Sconcertante invece il fatto che a fronte di costi produzione oggettivamente alti non viene corrisposta una adeguata remunerazione Mi domando a questo punto se vale ancora la pena seminare il mais Domanda e offerta si certo il mercato funziona così peccato che a tirare le fila ci siano solo due o tre soggetti che determinano il bello e il cattivo tempo con buona pace di quei poveri diavoli che ancora credono di essere indispensabili.

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