La lotta impari contro la Sharka

Profilassi in campo, genetica e biotecnologie le armi per combattere il Plum Pox Virus. Si aggrava la situazione in campo per la comparsa del ceppo M, più virulento del ceppo D.


lotta

Plum Pox Virus (Ppv), meglio conosciuto come virus della Sharka (termine che in lingua bulgara significa vaiolo), fece la sua prima apparizione in territorio europeo nel 1917-18, in Bulgaria, su piante di susino, diffondendosi dapprima in Europa orientale e in tutta l’area balcanica e, successivamente, nella penisola iberica (anni ’80) ed anche in Nord Africa (Egitto). Al di fuori del continente europeo la malattia è stata individuata in Cile, India e Usa a partire dagli anni ’90 e in Canada nel 2000.

La patologia colpisce un po’ tutte le drupacee (pesco, albicocco, susino e ciliegio); la prima segnalazione in Italia è del 1973, in Val Venosta (Bz) su albicocco, probabilmente a causa dell’impiego di portinnesti infetti di provenienza estera. Nel 1982, la malattia è riscontrata in Emilia-Romagna e Piemonte, su albicocco e susino, e a seguire compare in quasi tutte le regioni italiane. Con riferimento a pesco, nel 1992 la malattia è rilevata in Basilicata e nel 1995-96 in Emilia-Romagna e Veneto.

A livello legislativo, nel 1992 viene emanato il Decreto di lotta obbligatoria contro il virus della vaiolatura delle drupacee su tutto il territorio nazionale (modificato con Dm 29 novembre 1996), che prevede l’abbattimento delle piante infette di un frutteto se presenti in numero inferiore al 10% del totale, in caso contrario la distruzione dell’impianto.

Nonostante l’emanazione del Decreto e la conseguente attività dei Servizi Fitosanitari Regionali (controlli ed estirpazioni), Sharka si è diffusa su tutto il territorio nazionale e non solo, assumendo proporzioni tali da rendere molte aree identificabili come ‘zone di insediamento’ (Dm 28 luglio 2009), in cui non esiste più l’obbligo di abbattere le piante infette e si ritiene impossibile l’eradicazione del patogeno. Ne deriva una situazione, nelle principali aree peschicole del nostro Paese, talmente compromessa che la coltura è oggi considerata fortemente a rischio.

Leggi l’articolo completo su Terra e Vita 29-30/2016 L’Edicola di Terra e Vita


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