Lotta bio al tumore batterico, una possibilità solo teorica?

Il ceppo K84 di Agrobacterium rhizogenes, antagonista in prolungato stand by


batterico

La maggior parte delle malattie parassitarie che possono affliggere le colture fruttifere sono “curabili”. È possibile, cioè, intervenire con mezzi agronomici, chimici o biologici anche quando l’infezione è già in atto ed ottenere il risanamento delle piante, stimolando le loro capacità di difesa o uccidendo direttamente l’agente della malattia, con l’uso dei prodotti fitosanitari.

Alcune fitopatie, invece, non sono curabili, nel senso che non è possibile intervenire efficacemente quando l’infezione si è già verificata. Tra queste, il “tumore batterico” ha una caratteristica unica nel regno vegetale: il batterio che lo provoca (Agrobacterium spp.) riesce a trasferire nel Dna delle cellule vegetali alcuni dei propri geni che, come in alcuni tumori degli animali, prendono il sopravvento sui sistemi di controllo genetico delle cellule, trasformandole in tumorali (capaci cioè di moltiplicarsi disordinatamente e indefinitamente, perdendo le caratteristiche proprie dei tessuti a cui appartenevano prima di essere infettate).

Le specie vegetali sensibili al tumore batterico sono numerose (ne sono state censite oltre 600) ma, tra le colture di maggiore interesse agrario, quelle più interessate sono le drupacee, le pomacee e la vite che, se infettate precocemente, possono subire gravi danni, con deperimento precoce o morte delle piante colpite.

Il genere Agrobacterium è distinto in diverse specie (prima classificate come “biovarietà” della stessa specie A. tumefaciens) che si distinguono per una diversa gamma di ospiti. L’agrobatterio trova il suo habitat naturale nel terreno, particolarmente nella rizosfera e per questo motivo sono le parti ipogee ad essere maggiormente colpite, sebbene i tumori possano insorgere in ogni parte esposta a lesioni. Nella vite, inoltre, è frequente la formazione di tumori anche nelle parti aeree a causa dei vasi legnosi molto grossi, attraverso i quali alcune cellule batteriche possono muoversi verso l’alto.

 

Infezione

I sintomi di questa malattia, comunque, tipicamente si localizzano sulle radici e al colletto con la formazione di ammassi tumorali, dapprima di colore chiaro e con la consistenza di un tubero di patata (la massa ricorda un callo cicatriziale), che successivamente confluiscono e si aggregano tendendo a divenire più scuri e di consistenza legnosa per effetto della morte dei tessuti vegetali. La formazione di questi tumori determina disorganizzazione del sistema vascolare e, di conseguenza, una riduzione più o meno grave della capacità assorbente delle radici ed il deperimento della pianta, anche a causa della continua sottrazione di materiale plastico.

A causa del particolare meccanismo di infezione una volta contaminata, la pianta non può essere risanata, perché i geni del batterio entrano stabilmente nel genoma delle cellule infettate. La difesa, quindi, è solo preventiva e consiste nell’evitare il contatto tra le radici della pianta ed il patogeno. Quando si estirpano vecchi impianti è fondamentale osservare le radici e il colletto delle piante eliminate per individuare l’eventuale presenza di tumori che indicano che il terreno è contaminato da A. tumefaciens. In tal caso, nella scelta delle colture successive occorrerà orientarsi verso specie non suscettibili.

 

 

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