Insilati più utili del fieno

I fratelli Rinaldi, con azienda nel Milanese, sottolineano i vantaggi del primo tipo di alimento


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Non è la prima volta che capita di incontrare l’esperienza di un allevatore che abbia detto addio ai foraggi essiccati. Al fieno, insomma. I fratelli Rinaldi – Arduino, Francesco e Claudia, addetti rispettivamente a campagna, stalla e amministrazione – fecero questa scelta ormai 25 anni fa e da allora non sono più tornati indietro, né hanno intenzione di farlo.

«Non vedremmo il motivo, del resto, visto che usando gli insilati abbiamo meno problemi in campo e maggiori risultati in stalla», spiega Arduino. Le numerose vacche dei fratelli Rinaldi, pertanto, non mangiano nemmeno un filo d’erba secca. Unica eccezione i vitelli, «ai quali diamo un po’ di fieno per abituarli alla masticazione, in fase di svezzamento».

L’azienda dei fratelli Rinaldi, di San Zenone al Lambro (Mi), dedica una grandissima cura alla coltivazione dei 220 ettari investiti a mais, prato stabile e triticale, da cui ricavano tutti i foraggi per la stalla. E l’allevamento conta (ed è quasi un record, in Italia) ben 600 capi, rimonta esclusa.

Solo mezza giornata di appassimento

Parliamo dunque di campagna, prima che di stalla. E vediamo i vantaggi della raccolta di foraggi freschi, evidentissima in anni come il 2014. «In un anno funestato da piogge continue abbiamo raccolto regolarmente, facendo un solo taglio – il terzo – in ritardo di due settimane. Lo stesso vale per l’anno precedente: in primavera piovve costantemente, eppure non perdemmo nemmeno un taglio. Questo perché con l’insilato basta mezza giornata di appassimento per raccogliere. In effetti, con l’evoluzione del clima cui stiamo assistendo in questi anni, c’è il dubbio che fare insilato possa diventare, più che una scelta, una necessità: esattamente com’è nel nord Europa. Dove, in ogni caso, hanno produzioni di latte tutt’altro che trascurabili. Dunque la loro esperienza dimostra che il sistema funziona».

In effetti, funziona anche in Italia e non soltanto in anni meteorologicamente anomali, ma anche in uno relativamente stabile come il 2015: «A inizio maggio, per fare un esempio, mentre tutti dovevano ancora fare il primo taglio noi avevamo raccolto il maggengo già da due settimane e avevamo il ricaccio alto più di 20 cm. Dobbiamo poi sottolineare – continua Arduino – che i ricacci sono aiutati anche dal minor compattamento, dovuto al fatto che si entra molte meno volte nel campo».

Più latte e con più grasso

I vantaggi degli insilati in stalla, invece, sono legati alle rese in lattazione. «Oltre ad aumentare l’ingestione e dunque far produrre più latte, gli insilati hanno effetti positivi sul contenuto di grassi di quest’ultimo; non a caso abbiamo una media annua che sfiora il 4%», spiega Francesco.

La procedura per la raccolta dei foraggi è in effetti molto semplice: taglio, poche ore di appassimento e poi trinciatura e trincea. «Seguiamo uno schema diversificato tra il mais e gli altri foraggi, come il prato stabile, la medica o triticale e cereali vernini. Questi ultimi li raccogliamo con un carro foraggero, dotato di lame che tagliano a 5-6 cm di lunghezza. Per il mais, invece, chiamiamo il contoterzista con la trinciacaricatrice. Abbiamo scelto di usare il carro trinciante per due motivi. Per prima cosa è economico, visto che far raccogliere la produzione di 220 ettari a un contoterzista ci costerebbe molto. Il secondo è legato alla routine di raccolta: se dovessimo trinciare, occorrerebbe lasciar appassire il prodotto per un giorno in più, perché con il taglio corto della trincia avremmo un’eccessiva fuoriuscita di liquidi. Con il carro, invece, in mezza giornata si porta a casa un prodotto eccellente, molto gradito dagli animali: questi ultimi, infatti, grazie al taglio lungo possono anche scegliere, nella razione, le fibre più appetitose».

Quando l’annata è generosa e lo spazio in trincea diventa insufficiente, i Rinaldi si rivolgono invece al contoterzista, che prepara balle quadre fasciate: «In pratica sono un insilato, uguale a quello della trincea ma che ha il vantaggio di non richiedere una struttura fissa. Le balle prodotte da presse quadre danno un buon risultato, mentre in passato non ci siamo trovati bene con le rotoballe fasciate: non sufficientemente compresse per assicurare la conservazione». Lo svantaggio, ci dice l’allevatore, sta nei costi di produzione: «Il costo delle balle fasciate è ovviamente superiore a quello di una raccolta con il carro foraggero».

Lo scorso anno i fratelli Rinaldi han no poi cambiato lo standard di raccolta del mais, riducendo la lunghezza di taglio da 1,6 a 1 centimetro. «Pur sapendo che la fibra lunga è di stimolo per il rumine – spiega Francesco – abbiamo calcolato che in questo modo ogni animale ingerisce fino a un chilo in più di sostanza secca. Alla luce di tutti questi dati, penso proprio che chi fa latte alimentare come noi il foraggio secco se lo debba scordare».

Raccolta anticipata

Superfluo dire che il foraggio va raccolto al momento giusto, ma quando ciò non è possibile, tra i due estremi – una raccolta leggermente anticipata oppure in ritardo di qualche giorno – i Rinaldi scelgono senza dubbio la prima.

«Questo – continua Francesco – per il motivo appena detto, ovvero che gli animali devono avere fibra ben digeribile ed energia se vogliamo che producano. Pertanto preferiamo anticipare piuttosto che ritardare il momento del taglio: sia per il mais, sia per il prato stabile, che occupa almeno un terzo dei nostri terreni». Un prato che, essendo appunto stabile, è rinnovato assai di rado. «I campi più vicini al Lambro non li tocchiamo mai, perché si è formata una cotica di humus che li fa produrre anche se sotto c’è un suolo sciolto e ricco di sassi. I più prossimi all’azienda li rinnoviamo in media ogni cinque anni. Non di più, perché ci interessano le graminacee e ogni volta che rinnoviamo un prato abbiamo una forte crescita di trifoglio ladino, che non è il massimo da insilare».

Nella pianificazione colturale della cascina Gallinazza il prato stabile ha un ruolo molto importante. «Consente mediamente sei sfalci l’anno e ci fornisce un contributo alimentare considerevole a un costo davvero modesto: un passaggio di concime e uno con il liquame a primavera», spiega Arduino. Il fratello, tuttavia, fa notare anche i difetti dell’erbasilo da prato polifita: «Non è il massimo dal punto di vista della fibra: molto tenera e quindi poco stimolante per il rumine. Meglio, sotto questo profilo, gli insilati di medica, oppure di cereali vernini. La prima, a mio avviso, sarebbe una buona soluzione per chi ha terreni poco adatti al mais, tenendo conto dell’apporto proteico che dà alla razione.

Grano e orzo li facevamo anche noi, qualche anno fa, quando avevamo vasche dei liquami insufficienti e dunque ci servivano i terreni liberi a metà primavera. Ora preferiamo fare triticale, perché arriva a maturazione con qualche settimana di anticipo».

Il miglior foraggio da insilare, mais a parte, resta però il sorgo zuccherino, ci dicono i fratelli Rinaldi: «Produce tantissimo, eravamo arrivati a 900 quintali per ettaro con tre tagli a stagione. Inoltre richiede poche cure e nessun diserbo, alle vacche piace molto e infine, se tagliato col carro foraggero, ha un costo di produzione basso. Ha soltanto un unico problema – conclude Arduino Rinaldi – ed è che si comporta come infestante dopo la rotazione colturale. L’abbiamo abbandonato per quel motivo otto anni fa e ancora lo ritroviamo in qualche appezzamento, nonostante i diserbi. Ci dispiacque, però, non seminarlo più».


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