Come ha influito la siccità sui cereali

Puglia, Basilicata e Molise penalizzate dalla carenza d’acqua. La siccità abbassa le rese, ma la qualità appare molto alta


siccità

Rese basse pressoché dovunque, quasi sempre inferiori a quelle dell’annata record 2016, ma qualità eccezionale in ogni areale produttivo, tranne dove la siccità primaverile ha impedito le concimazioni azotate di copertura.

In Puglia, Basilicata e Molise il 2017 sarà ricordato quasi dappertutto per la lunga siccità primaverile che ha ridotto le rese ma esaltato la qualità, con pesi specifici oltre 80, ottimo indice di colore e alto contenuto in proteine. Il contrario del 2016, quando le piogge continue e ben distribuite lungo il ciclo colturale avevano fatto esplodere le rese a livelli mai raggiunti prima, ma prodotto cariossidi bianconate, slavate e povere di proteine.

Nel Foggiano le rese medie reali si aggirano intorno a 30-35 q/ha, ma si rileva una notevole differenza tra le aree situate a nord e a sud di Foggia, evidenzia Marcello Martino, produttore e agronomo responsabile della conduzione di diverse aziende cerealicole, per una superficie totale di alcune migliaia di ettari.

«In particolare l’area a sud-est del Tavoliere delle Puglie è stata caratterizzata da rese medie di 20-25 q/ha a causa di una forte siccità. Invece l’area più settentrionale del Tavoliere ha conseguito rese medie di 40-45 q/ha, con punte di 50-55 (come nel 2016), secondo i canoni di una buona annata».

La differenza è netta perché l’area più meridionale del Tavoliere ha sofferto ben due periodi di siccità, l’uno invernale e l’altro primaverile, mentre l’area più settentrionale ha goduto di piogge normali.

Clima determinante

«A ottobre e novembre del 2016 è piovuto molto in provincia di Foggia, sicché abbiamo dovuto seminare su terreni bagnati, dopo aver effettuato anche un maggior numero di lavorazioni per la distruzione delle malerbe, con l’aumento dei costi di preparazione del letto di semina. Da dicembre in poi, invece, non è più piovuto per circa due mesi a sud-est del capoluogo dauno, per cui i semi sono germinati, ma molte piantine non sono riuscite a svilupparsi e sono morte, tant’è che i campi sono rimasti radi. Da fine gennaio in poi sono tornate le piogge, in particolare a marzo, per cui le piante superstiti sono cresciute, ma ad aprile e maggio, proprio quando sarebbe servita più acqua, non è piovuto quasi per niente. Al contrario, a nord di Foggia, sia in inverno sia in primavera, è piovuto sempre, non tantissimo, ma quanto è bastato per ottenere rese molto buone, quasi doppie di quelle della zona a sud-est».

La qualità è stata però buona quasi dappertutto, aggiunge Martino. «Chi ha potuto adottare una tecnica colturale più razionale e completa, in presenza di piogge normali, ha raggiunto percentuali di proteine molto alte, mediamente pari al 13-14%, con punte del 16-17%. Ma dove la siccità ha imperversato non è stato possibile effettuare tutte le più opportune concimazioni azotate, per cui le proteine si sono attestate intorno all’11-12%».

La siccità è apparsa in inverno e si è consolidata in primavera anche sull’Alta Murgia barese, dichiara Piero Giglio, 12 ha a Gravina in Puglia, «per cui le rese sono state di 25-30 €/q, con un calo del 40-50% sul 2016. In compenso la qualità è stata altissima, nessuno ricorda una media proteica del 15-17%».

Nella fascia durogranicola lucana che corre da Calitri a Matera, lungo il confine con Campania e Puglia, graziata da qualche pioggia primaverile, «le rese – afferma Daniele Carcuro, 80 ha a Genzano di Lucania (Pz), – sono state più alte, 30-35 q/ha, ma meno dei 50-60 del 2016. Però il grano è perfetto, sano, di un bel colore, con proteine di almeno il 13-14%».

Anche in Molise pochi quintali

La siccità ha lasciato il segno, nota Gianluca Zara, stoccatore della Zara Cereali srl di Mafalda (Cb), anche in Molise, «dove le rese si sono fermate sui 25-30 q/ha, mentre le proteine hanno superato il 14%. Un calo che si va ad aggiungere a quello degli investimenti: quest’anno le superfici a grano duro sono diminuite di almeno il 20%».

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Anche per il TENERO notizie positive

Con il 90% di superficie ormai trebbiata, Tra Pavia e Piacenza si delinea una produzione certamente superiore alle aspettative, vista anche la stagione fortemente siccitosa.

Le rese medie, stando alle informazioni raccolte tra i contoterzisti, si aggirano sui 68-70 q/ha, con peso specifico sempre superiore a 80 e non di rado attorno a 85 punti. Stiamo però parlando, appunto, di rese medie, dal momento che i trebbiatori ci segnalano, fra i terreni migliori, produzioni che raggiungono le 8 t/ha. «Si tratta soprattutto di campi con precedente di pomodoro, dunque con un buon fondo di concimazione e anche con una corretta gestione del grano. Per esempio, con almeno uno, ma spesso due trattamenti».

I terreni più poveri e quelli che hanno sofferto maggiormente l’assenza di piogge, invece, hanno rese inferiori ma comunque non da scartare: tra i 55 e i 60 q/ha.

Si tratterebbe spesso, in questi casi, di appezzamenti coltivati con lavorazione tradizionale, mentre i suoli seminati su sodo parrebbero aver sofferto meno la sete, probabilmente per la ridotta evaporazione dovuta alla mancata coltivazione.

Spostandoci da Piacenza a Ferrara il discorso non cambia: rese medie di 7 t/ha con punte superiori a 8 t/ha e peso specifico quasi sempre vicino a 85.

Annata nella media ma nulla più, invece, in provincia di Parma, dove piogge abbondanti a metà giugno – ormai fuori tempo massimo per essere assorbite dal grano – hanno abbassato il peso specifico sotto quota 80, con punte negative di 72-73. Anche le rese non sono eccezionali: da 55 a 65 quintali, in media.

Facce sorridenti nel Bolognese, una delle patrie del tenero: quasi ovunque rese buone, attorno ai 70-75 q/ha, e qualità in tutti gli areali davvero molto positiva, senza problemi di peso o di sanità.

Ottavio Repetti


 

Leggi l’articolo su Terra e Vita 22/2017 L’Edicola di Terra e Vita


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