Grano tenero, i conti faticano a tornare

Ancora una volta il sodo si conferma meno ‘perdente’ della lavorazione tradizionale


grano tenero

La campagna appena terminata ha purtroppo confermato la tendenza evidenziata nelle due precedenti. Infatti, le rese ettariali 2015 rimangono modeste (mediamente dai 60-65 q/ha su terreno lavorato e poco meno su sodo), con pesi specifici contenuti anche se sufficienti a non compromettere il dato qualitativo, ritenuto generalmente discreto anche dal punto di vista sanitario. Pertanto del combinato resa-qualità il dato più in sofferenza è sicuramente quello della resa, fortemente influenzata da una stagione primaverile molto piovosa che, come lo scorso anno, non ha favorito l’ottenimento di alte produzioni e ha contenuto il valore del peso specifico.
Comunque, la nota ancora più dolente per i cerealicoltori è rappresentata dai prezzi di mercato che, dal periodo di trebbiatura a fine agosto, hanno registrato valori inferiori di circa 1 € rispetto allo scorso anno attestandosi a circa € 18,50 a q per il grano tenero n. 3 (Borsa merci Bologna). Valori che, oltre ad annullare i risparmi (a onor del vero molto modesti e contenuti in circa 10-20 €/ha derivati dal minore costo degli input tecnici) evidenziati nei costi di produzione, amplificano la redditività negativa. Come vedremo.
Lo stesso mercato, inoltre, evidenzia bassa recettività all’offerta di produzione da parte di cerealicoltori quando necessitati a monetizzare in breve termine il loro raccolto a fronte degli impegni finanziari aziendali. Sembra ormai lontano nel tempo il triennio 2010-2012 nel quale si registrarono aumenti di resa a ettao da circa 60 q a oltre 75 q e prezzi di mercato che, partendo dai 21 € di inizio triennio arrivarono ai 25 € di fine periodo: il binomio buona resa-elevati valori di mercato ha così assicurato crescenti soddisfazioni di reddito all’intera filiera cerealicola nel periodo. (vedi tab. 1).

Produzioni modeste

Le dinamiche della stagionalità incontrata negli ultimi tre anni, mediamente caratterizzata da inverni poco freddi, elevata piovosità primaverile, alte temperature ed elevata umidità nel periodo finale di accrescimento e maturazione sicuramente influiscono sugli aspetti quanti-qualitativi del frumento.

Chi ha buona memoria ricorderà che nel triennio 2010-2012 il clima evidenziò meno eccessi e scostamenti dai dati medi rispetto a quanto accaduto nel triennio successivo, contribuendo al buon risultato produttivo di quel periodo. Ma con i cambiamenti climatici occorrerà conviverci, imparando per quanto possibile a contenere i potenziali effetti negativi sulle produzioni. L’adeguamento delle tecniche colturali rappresenta lo strumento a disposizione del cerealicoltore per limitare i danni di un clima che rende meno facile di un tempo la produzione di grano tenero. La qualità della preparazione del terreno di semina rappresenta una pre-condizione alla coltivazione di una produzione che risente negativamente degli eccessi di precipitazioni e dei conseguenti potenziali ristagni idrici nei campi. Pertanto lo stato della struttura del terreno si deve presentare congruo omogeneamente nell’interezza dei campi, la rete scolante deve assicurare sgrondo delle acque meteoriche, le operazioni colturali caratterizzate da bassi compattamenti per ognuna delle attività (semina, fertilizzazione, trattamenti diserbanti e fitosanitari fino alla raccolta). Quando necessario vanno eseguite nel periodo estivo presemina operazioni da considerarsi sempre meno straordinarie di livellamento delle superfici a ripristino della corretta pendenza di sgrondo in supporto ai processi di celere evacuazione delle acque meteoriche eccedenti la capacità di saturazione delle superfici coltivate. L’esecuzione delle attività agromeccaniche, inoltre, ha finestre temporali tendenzialmente più ridotte che in passato: si tratta dunque di operazioni da centrare al meglio e da effettuare con cantieri di lavoro commisurati alle specificità aziendali e pedologiche.

L’applicazione delle tecnologie e delle metodiche descritte sono basilari sia per la coltivazione su terreno lavorato che per la coltivazione su sodo. Quest’ultima, non contemplando il ripristino della struttura con le lavorazioni annuali, deve essere eseguita solo previa verifica accurata dello stato iniziale del terreno. L’osservanza di questa metodica rappresenta la precondizione di contenimento della varianza produttiva che si riscontra nei campi e che viene bene evidenziata dalle mappe di resa ottenibili con l’applicazione delle tecnologie dell’agricoltura di precisione durante la trebbiatura. L’aumento dell’omogeneità produttiva derivato dall’ampliamento delle aree in cui si produce di più a discapito di quelle dove – per motivazioni pedologiche, per imprecisioni metodologiche o per non rispetto delle migliori condizioni agronomiche – si produce meno, ha come effetto l’aumento anche significativo della produzione a ettaro. Per l’impresa agricola la prima ricaduta positiva dell’aumento di resa, è la diminuzione della incidenza dei costi di produzione (in questo caso in al q). Costi che in importo assoluto faticano a diminuire significativamente anche dopo annate deludenti, mentre storicamente si elevano immediatamente dopo annate soddisfacenti. Quello dell’aumento delle rese è un obiettivo difficile da raggiungere ma ineludibile per le imprese agricole alle quali comunque compete. La genetica e la ricerca devono aiutare, ma sul campo rimane l’agricoltore, unico soggetto della filiera in grado di agire concretamente sul risultato.

Conto economico e mercato

Il risultato negativo delle due campagne precedenti non ha scoraggiato i cerealicoltori che hanno approcciato l’annata agraria 2015 senza ridurre input. Purtroppo, in molti casi, il clima e le conseguenti difficoltà di applicazione precisa dei mezzi tecnici ha mortificato i potenziali benefici in termini di resa. Infatti a medesime quantità di apporti di input tecnici a volte si sono riscontrate imprecisioni temporali d’esecuzione dovute a limitate finestre di accesso ai campi o dilavamenti dei fertilizzanti dovuti alle frequenti precipitazioni. In termini di costi di produzione si registra una lieve ma non significativa diminuzione dei costi delle operazioni agromeccaniche e dei mezzi tecnici, mentre il valore ettariale degli affitti per chi utilizza questa forma di conduzione non sembra ridimensionarsi nemmeno a fronte negli ultimi anni di ripetuti risultati reddituali negativi per la coltura in analisi. I costi ettariali si attestano su circa 2.100 € su lavorato e circa 1.800 su sodo, comprensivi del valore dell’affitto. Affitto che, nella nostra analisi, è valutato in circa 600 € per entrambe le situazioni. Nella realtà, inspiegabilmente, sono tuttavia frequenti casi in cui il canone annuale di affitto risulta superiore a quello considerato anche del 50%, toccando e superando la soglia di 900 euro/ha.

Stante questi dati e computate le rese medie ottenute, ai valori attuali di mercato, nel 2015 la modalità di coltivazione su lavorato evidenzia una perdita di oltre 600 € ettaro e oltre 400 € su sodo. I costi espressi considerati gli attuali prezzi di mercato, sarebbero compensabili solo con ipotetiche produzioni prossime ai 100 q/ha su lavorato e 85 q/ha su sodo. Valori non raggiunti da nessuna delle due modalità di coltivazione.

Si evidenzia pertanto la copertura dei costi solo in quelle imprese che posseggono la proprietà dei terreni, che abbiano già interamente ammortizzato i finanziamenti relativi all’acquisto e che decidano di remunerare neanche minimamente il capitale investito nel caso del lavorato e poco nel caso del sodo.

Difficile sperare, per chi non ha ancora commercializzato il proprio grano, a prospettive di mercato in grado di azzerare la redditività negativa riscontrabile atualmente, compensabile solo con aumenti prossimi ai 10 €/q, Più credibile appare un aumento di qualche € a q, in quanto il mercato italiano oggi esprime i prezzi più bassi tra tutti i mercati internazionali. In altre parole: rispetto alla certezza di perdere molti soldi riscontrabile oggi, se finanziariamente possibile, è meglio rischiare di perderne meno aspettando a vendere, poichè appare credibile una (modesta) ripresa dei prezzi.

Come produttori di grano sarà difficile modificare l’evoluzione dei mercati. Invece occorrerà sempre più intraprendere credibili percorsi di acquisizione degli elementi di conoscenza e padronanza tecnico-applicativa, in grado di aumentare significativamente le rese pur in un contesto di difficoltà legate ai cambiamenti climatici. L’apertura dei bandi di supporto agli investimenti ai sensi dei nuovi Psr (è il caso dell’Emilia-Romagna, ma non solo), deve aiutare a introdurre innovazione. L’innovazione costa. In termini di denaro e di tempo,poichè non sempre è di immediata e facile applicazione. Ma appare lo strumento più efficace, forse l’unico, a disposizione della filiera cerealicola. Un plus in grado di rendere ancora sostenibile e redditizia la produzione di frumento tenero nel nostro paese.

Una riflessione sugli affitti

Come si accennava in precedenza, quanto sta accadendo nel mercato degli affitti non trova corrispondenza di logica economica in un contesto di produzione cerealicola in generale, e di grano tenero in particolare.

Si pensi infatti che il costo del solo affitto considerato (indicativamente 600 €/ha) assorbe circa la metà del valore della produzione: alle quotazioni attuali di mercato vale infatti oltre 30 q sui circa 60 ottenuti mediamente su un ettaro.

Il costo del bene fondiario deve essere commisurato alla capacità di resa economica del medesimo in un contesto di credibile corretto uso. Seguendo il principio che un bene vale in relazione a quanto rende.

Se analizziamo la redditività media dell’ultimo decennio il valore attuale dell’affitto non è sostenibile per oltre i 2/3 del periodo.

Se, anche illogicamente nell’ottica di un cerealicoltore, volessimo ipotizzare l’analisi in una logica meramente di speculazione finanziaria, il valore dell’affitto considerato, declinato in tasso di remunerazione del capitale investito per l’acquisto di un ettaro di terreno a seminativo (mediamente circa 30.000 €) evidenzia un saggio remunerativo davvero elevatissimo.

Non certamente riscontrabile rispetto a quanto credibilmente ottenibile da qualunque altra tipologia di investimento di medio e lungo periodo definibile sicuro, oggi riscontrabile sul mercato finanziario.

Stiamo pertanto osservando un fenomeno, quello dei valori attuali degli affitti agrari, fuori da qualsiasi elementare logica di semplice buon senso. I proprietari richiedono cifre che sanno essere non più sostenibili dall’attività agricola, e trovano corresponsione da parte di agricoltori attivi che pur consci della probabile insostenibilità nel tempo, li affittano molto spesso pagando il canone anticipatamente rispetto ai flussi finanziari generati dalla attività agricola che vi svolgeranno. Ulteriormente rattrista appurare che anche i detentori dei poderi coltivati dalle famiglie contadine ma senza continuità di conduzione, situazione diffusamente presente in molti areali, pur consci delle difficoltà di ottenimento di reddito nella conduzione in quanto loro stessi agricoltori per decenni, richiedano e ottengano da altri agricoltori attivi cifre decisamente non congrue.

 L’autore è coordinatore del settore agro-meccanizzazione di Lega-coopAgroalimentare

 

Leggi l’articolo completo di tabelle su Terra e Vita 35/2015 L’Edicola di Terra e Vita


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