Dal grano alla pasta

BOTTA E RISPOSTA – La ricerca che verrà secondo sementieri e università


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Il futuro del miglioramento genetico? qualità, salubrità e…

BRAZZABENI: È con il miglioramento genetico che si costituiscono nuove varietà, per rispondere alle esigenze degli agricoltori, dell’industria di trasformazione e dei consumatori.

La produttività resta l’obiettivo principale del breeding, ma in primo piano sono sempre più presenti gli aspetti qualitativi e nutrizionali, la resistenza alle malattie (es. Fusarium) e l’adattamento pedoclimatico per esempio attraverso un migliore utilizzo della soluzione circolante e delle sostanze nutritive disciolte, con un risparmio di risorse e più in generale meno emissioni di CO2 nell’ambiente.

Inoltre grazie a strumenti innovativi e raffinati come la MAS (selezione assistita da marcatori) e in generale alle applicazioni basate sull’analisi del dna, è possibile approfondire notevolmente la conoscenza del genoma.

Infine, ma non ultima, tra le priorità dei moderni programmi di breeding, vi sono anche la qualità tecnologica e fisica della granella: il mercato chiede un costante perfezionamento di parametri merceologici per mettere a disposizione varietà con caratteristiche più rispondenti alle richieste del consumatori. Per il grano duro sono stati compiuti passi notevoli negli anni novanta per aumentare il contenuto di carotenoidi (indice di giallo).

TUBEROSA: Le sfide che attendono l’agricoltura del 21° secolo sono formidabili soprattutto se viste in chiave planetaria. L’aumento demografico (altre 2,2 miliardi di bocche da sfamare entro il 2050) e della longevità richiederanno inevitabilmente maggiori quantità di derrate alimentari con migliori caratteristiche salutistiche per ridurre l’incidenza delle malattie croniche. Inoltre, la dieta più ricca di proteine animali che si va affermando in Cina e India richiederà un massiccio aumento nel consumo di mangimi derivati per lo più da cereali e soia. Tutto questo a fronte di una minore disponibilità di suoli fertili, acqua e fertilizzanti. Su questo scenario poco incoraggiante aleggia poi l’incognita degli effetti deleteri causati dai mutamenti climatici in atto.

Insomma, una tempesta quasi perfetta capace di guastare il sonno anche dei più irriducibili ottimisti e di riesumare le pessimistiche teorie malthusiane, la cui esorcizzazione dipenderà in misura crescente dal rilascio di varietà più produttive, meno esigenti per risorse naturali e capaci di produrre materia prima di migliore qualità e salubrità. L’antidoto più potente a questo fosco scenario è quindi la ricerca finalizzata all’innovazione varietale che alle orecchie dei sostenitori del ritorno alle varietà “antiche” suona probabilmente come una sorta di eresia. Una maggiore coltivazione delle varietà abbandonate dai nostri nonni diminuirebbe inevitabilmente la disponibilità di derrate alimentari e nel caso dell’Italia la nostra dipendenza alimentare dall’estero poiché quasi la metà della materia prima utilizzata dalla nostra filiera agroalimentare proviene dall’estero, con buona pace del km zero.

 

Finanziare l’innovazione, ma come?

BRAZZABENI: In Italia anche per il frumento duro i programmi di breeding professionali gestiti da società private sono ridotti a poche unità. Certamente più numerosi sono i programmi svolti da strutture pubbliche (CRA, Università, altri Enti) che, in diversi casi, hanno poi stretto accordi di collaborazione con aziende private per ottimizzare le risorse disponibili e lo sfruttamento commerciale del risultato ottenuto. Poiché il prodotto “pasta” è il risultato di una filiera altamente specifica è necessario che anche nel nostro paese si trovi il modo di rafforzare e organizzare sistematicamente questo tipo di sinergia. Come d’altro canto occorre confrontarsi all’interno della filiera tra produttori, costitutori, sementieri e aziende trasformatrici su come finanziare la ricerca. Finiti gli aiuti Pac accoppiati al seme certificato, le vendite di quest’ultimo per i frumenti stanno diminuendo rapidamente e quindi si raccolgono meno royalties.In altri paesi attraverso un accordo fra i principali attori della filiera si sono sviluppati sistemi di raccolta di royalties che permettono di salvaguardare i profitti dei breeders e quindi mantenere programmi di ricerca: la CVO (Contribution volontaire obligatoire) in Francia, l’EPR (End Point Royalties) in Australia, il sistema di raccolta sul seme aziendale della Repubblica Ceca in cui è lo Stato stesso a favorire i costitutori nell’accesso alle informazioni utili, sono tutti modelli fondati sul riconoscimento del ruolo della ricerca e sviluppati attraverso un confronto serio tra le varie parti in causa.

Un’indagine sviluppata da Assosementi ha evidenziato il progressivo aumento a partire dall’inizio degli anni settanta delle varietà iscritte nel registro nazionale non costituite nel nostro paese: la cronica scarsità di risorse ha quindi fatto sì che il miglioramento genetico sviluppato in altri paesi si ritagliasse quote di mercato sempre maggiori arrivando ad interessare, negli ultimi anni, oltre il 45% delle varietà di frumento duro.

TUBEROSA: La ricerca è il volano dell’innovazione. Purtroppo la ricerca, soprattutto quella genetica, sulle piante in Italia non ha sponsor blasonati, come invece avviene in altri casi. Per certe colture come ad esempio il frumento duro, il Paese riesce ancora a mantenere un livello di eccellenza. Ma la situazione si sta rapidamente deteriorando per la carenza di fondi pubblici e la scarsa propensione del settore privato ad investire in ricerche i cui frutti si raccolgano non prima di 5-10 anni. Un esempio emblematico è il progetto di sequenziamento del genoma del frumento duro recentemente avviato da CNR, CRA, ENEA e Università di Bologna e di Udine, i cui risultati saranno fondamentali per l’innovazione varietale dei prossimi decenni. Ciononostante, il settore privato non ha per ora contribuito a questo progetto.

Realizzare ricerca e varietà in Italia significa preparare le competenze professionali capaci di aumentare la competitività del comparto sementiero nazionale al fine di arginare la crescente diffusione di varietà selezionate in altre nazioni. Il vantaggio per l’agricoltore consiste nel poter beneficiare di varietà meglio adattate alle condizioni climatiche ed alle fitopatie prevalenti nel nostro Paese.

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