Grano duro, la piattaforma è ok

La sperimentazione tecnica è indirizzata al miglioramento varietale


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Migliorare la capacità produttiva e i parametri qualitativi delle aziende agricole, anche grazie alla diffusione di adeguate tecniche agronomiche; garantire all’offerta la stabilità necessaria ad assicurare un ruolo da protagonista al grano duro nazionale trasformato dalle imprese; ridurre i costi unitari di produzione; gratificare il consumatore finale con il valore aggiunto di un prodotto sempre più made in Italy.

É questa la politica destinata alla filiera di Sis, la Società Italiana Sementi di San Lazzaro di Savena (Bologna). Con una strategia ribadita anche quest’anno durante il ‘pacchetto’ delle giornate tecnico dimostrative che hanno fatto tappa anche all’Azienda Agricola ‘Iurisci Maurizio’ di Santa Maria Imbaro, in provincia di Chieti.

Una sessantina i partecipanti ‘in campo’, e risultati decisamente favorevoli per una proposta giunta ormai al suo terzo anno di programmazione; con i riflettori puntati sul grano duro, attraverso la presentazione di sei varietà sementiere dai nomi classicheggianti e impregnati di storia romana: si è andati infatti da Neolatino a Emilio Lepido, da Furio Camillo a Ovidio e Marco Aurelio, con la novità assoluta ribattezzata Tito Flavio.

I destinatari di questo lavoro sono anche le aziende di trasformazione con le quali SIS ha stabilito nel tempo rapporti consolidati, principalmente sotto forma di contratti di filiera: è il caso dei Gruppi De Cecco, De Matteis (Pasta Baronia, e qui il riferimento obbligato è al progetto ‘Grano Armando’, votato a produrre pasta di alta qualità con il 100% di grano italiano); di Molino Grassi, Jolly Sgambaro, Ghigi e di Pasta Zara.

«Questa iniziativa – spiega Marco Gallinelli, responsabile tecnico commerciale di SIS per l’Italia centro meridionale e le isole – è stata proposta per la seconda volta in collaborazione con la ‘Bellisario Umberto & Figli’ di Lanciano (Ch), una società impegnata nell’ammasso cereali e nella distribuzione dei mezzi tecnici». Il contesto è quello delle attività di valorizzazione delle varietà messe a punto da SIS, attraverso una rete di sedici piattaforme agronomiche di valorizzazione varietale riguardanti il frumento duro e dislocate tra Lazio, Abruzzo, Puglia, Basilicata e Sardegna.

«SIS ha orientato la ricerca su varietà con un alto grado di combinazione tra capacità produttive e attitudine all’accumulo di proteine; senza dimenticare altri parametri particolarmente apprezzati dall’industria di trasformazione, come l’indice di giallo. Tuttavia, la costituzione varietale è solo un primo passaggio: bisogna tenere conto dell’agrotecnica, che ha un’incidenza molto elevata in ordine all’aspetto specifico delle proteine. Per questo abbiamo pensato a piattaforme capaci di coniugare al meglio l’aspetto della divulgazione commerciale con quello formativo, potendo contare sulla collaborazione degli stoccatori. Del resto, se non formiamo gli agricoltori rischiamo di vanificare il nostro stesso lavoro di costitutori».

Un progetto ben accolto

«Il progetto è stato accolto decisamente bene. Al terzo anno di programmazione, i consensi e la partecipazione sono oggettivamente rilevanti. Anche grazie a una formula e a una modalità di proposta a misura delle necessità degli operatori».

«Queste piattaforme – continua Gallinelli – rendono possibile una valutazione sensibilmente vicina a quanto accadrebbe in pieno campo: di solito prevediamo un superficie minima compresa tra gli 8.000 mq e l’ettaro per ciascuna varietà, e un insieme di sei varietà, dunque altrettanti ettari. L’esito della sperimentazione guadagna quindi ulteriormente in attendibilità. Poi si punta molto sull’elemento della divulgazione, e sul coinvolgimento diretto degli agricoltori e delle aziende. Un conto è portare un coltivatore di Chieti ad assistere alle prove a Bologna, altra cosa renderlo partecipe di attività che SIS sviluppa nel suo territorio. E i risultati di 3 anni di lavoro cominciano a vedersi. Penso in particolare a quello che può essere considerato il ‘tallone d’Achille’ della coltivazione del grano duro in Italia, soprattutto nel Meridione: il profilo proteico, che non raggiunge i requisiti minimi richiesti dall’industria. Ecco, c’è già stato un miglioramento qualitativo delle produzioni: gli stoccatori stanno segnalando un progressivo incremento delle partite che presentano contenuti proteici attestati perlomeno al livello di standard minimo. Cresce la consapevolezza di un deficit di conoscenza, e di conseguenza aumenta l’impegno per cercare di colmarlo».

Il risveglio delle coscienze

«Anche grazie a SIS si stanno un po’ ‘risvegliando le coscienze’, e molti agricoltori cominciano a capire che la coltivazione del grano duro non rappresenta affatto un’attività per sua natura residuale; al contrario, può generare marginalità interessanti dal punto di vista economico. Per quanto ci riguarda mettiamo a disposizione nuove varietà; e grazie a quelle iscritte a partire dal 2010 (Marco Aurelio, Massimo Meridio, Emilio Lepido, Furio Camillo e Ovidio) è stato possibile raggiungere l’obiettivo di combinare in una sola varietà capacità produttiva e accumulo di proteine, ma anche indice di giallo e tolleranza ai patogeni. Diminuendo la presenza di fattori di rischio all’interno di una varietà, aumentano in maniera inversamente proporzionale le possibilità di avere risultati positivi. A questo proposito, non bisogna mai dimenticare che l’agrotecnica costituisce un elemento basilare: e che una varietà lasciata ‘in cattive mani’ potrà magari dare risultati migliori rispetto a un’altra, ma non sarà comunque in grado di esprimere quel livello di combinazione qualitativa per il quale era stata pensata».

Gli accordi di filiera

Il decollo delle piattaforme di valorizzazione varietale costituisce, dunque, una sorta di prerequisito essenziale in vista della stipula di eventuali accordi di filiera.

«Nel confronto preliminare – sottolinea ancora Gallinelli – con i vertici del Gruppo De Cecco, ad esempio, avevo evidenziato la necessità di creare prima di tutto fondamenta adeguate a favorire la realizzazione dell’accordo; partendo dal miglioramento e dalla messa a punto di un’agrotecnica efficiente. Spesso il punto di partenza non è propriamente dei migliori. In molte occasioni siamo chiamati a confrontarci con approcci eterogenei, che fanno riferimento alle diverse consuetudini ma non a un metodo ben preciso. Noi proponiamo un metodo che consenta agli agricoltori di compiere le scelte giuste ma mai uguali da un’annata all’altra. Creando queste condizioni si genera sostenibilità e può nascere un accordo di filiera. Peraltro, direi che l’industria abbia recepito il messaggio al meglio».

Vantaggi strategici e problemi italiani

«Occorre – chiude Gallinelli – aiutare un sistema storicamente segnato da rapporti difficili al suo interno. Da anni viviamo una situazione di contenzioso tra le componenti della filiera: una ‘catena’ che non può ancora dirsi ben strutturata, a mio giudizio, per la mancanza di presupposti su agrotecnica e organizzazione della produzione primaria.

Da noi il mercato è discontinuo, e lo dico pensando soprattutto al bacino meridionale: il più importante nel comparto del grano duro. Così, potenziare il profilo qualitativo della produzione permette anche di migliorare la continuità delle forniture dai centri di stoccaggio all’industria di trasformazione; che a sua volta viene posta nelle condizioni di razionalizzare i costi, potendo acquistare la materia prima sul mercato nazionale anziché su quello estero. Mentre – in prospettiva – il consumatore finale potrà comperare un prodotto finito caratterizzato prevalentemente da frumento nazionale. Oggi non è così. Noi ci stiamo impegnando per invertire la tendenza. Grazie alle nuove tecnologie i tempi di iscrizione di una nuova varietà si accorciano da 10 ad 8 anni combinando in una sola varietà capacità produttiva e performance qualitative, le nostre recenti costituzioni dimostrano invece che l’obiettivo è stato raggiunto».


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