Giovanni P. Martelli: “Xylella, gli esami non finiscono mai”

Il piano regionale, la cui approvazione è in corso, non sembra però seguire le norme europee


TV 48 COPERTINA

L’esame Ue sembra superato. Si è infatti da poco concluso l’“audit” dell’Ufficio Alimentare e Veterinario (Fvo) della Commissione Europea al fine di “valutare i controlli ufficiali per la Xylella fastidiosa” agente del Disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO). Gli ispettori salutano la Puglia in un clima che sembra più disteso rispetto ai precedenti incontri. Hanno destato buona impressione sia la ripresa del monitoraggio che la tempestività dell’intervento nel focolaio comparso sulla costa di Ostuni, ove è stato applicato  il dettato comunitario: sradicamento delle piante infette e  di quelle sane  nel raggio di 100 metri. Meraviglia che non ci si ricordi che questa è una prassi comune per gli agenti da quarantena. In Puglia, ad esempio, fin dagli anni ’70 essa trova applicazione contro il virus della “Sharka” (vaiolatura delle drupacee) che ancor’oggi comporta le distruzione delle piante infette e di quelle circostanti (non se ne lamenta nessuno).

 

Il problema è che il piano regionale anti-Xylella, la cui approvazione è in corso, non sembra seguire le norme europee, prevedendo l’abbattimento solo delle piante infette, non di quelle vicine. E questo rischierebbe di innescare contenziosi a livello nazionale e comunitario, con ripercussioni negative sugli sforzi per confinare la malattia, la cui diffusione “naturale” verso Nord, per fortuna, sembra aver rallentato.  Ciò aumenta il rimpianto per il blocco del “piano Silletti” che, colpendo il vettore negli stadi larvali ed adulti, ne avrebbe ridotto di molto la popolazione, con positivi riscontri sul contenimento del contagio all’interno dell’area colpita. In assenza di cure per le piante affette da Xylella è questo l’obiettivo da conseguire nell’immediato, onde mettere al sicuro da una nefasta invasione il resto della Puglia e le regioni limitrofe. Si riuscirà a tanto?

 

Si potrà, se la sorveglianza del territorio sarà capillare e gli interventi immediati, anche quando la Xylella fa salti di chilometri a causa del trasporto involontario di vettori infettivi. È già avvenuto (Oria, Ostuni) e potrebbe ripetersi. Non c’è da rallegrarsi nel constatare che l’Italia non è più il solo Paese del vecchio continente a confrontarsi con la Xylella. La mancanza di un sistema di quarantena comunitario ne ha permesso il ripetuto ingresso. Ne è testimone la comparsa del batterio in Svizzera, Germania, Spagna insulare (Majorca), Francia continentale e Corsica. Però solo la Francia e l’Italia sono “beneficiate” da epidemie in campo.

 

Non poco si è fatto in Puglia nello studio delle cause del CoDiRO ma, fin dalle prime battute, i ricercatori mpegnati sono stati oggetto di violente campagne denigratorie. Si gridava al “monopolio della ricerca”, come se essi avessero impedito a chiunque di metter le mani sulle piante malate. Si è anche chiesto l’intervento di una “task force” internazionale a verifica di quanto e come si stava facendo. Bene, una “task force” oggi c’è, ancorché sia alquanto diversa di quella di felice memoria della Regione Puglia. Essa é infatti raffigurabile nelle molte unità di ricerca europee, e non solo, che operano nell’ambito del progetto XFActor finanziato dalla CE, che si coordina con PONTE, altro progetto europeo già in esecuzione. XFActor è coordinato da Maria Saponari, una ricercatrice del Cnr Bari finita, insieme ad altri, nel mirino della Procura di Lecce per un’inchiesta ancora in corso. In una recente intervista il Procuratore di Lecce Cataldo Motta, ha annunciato l’apertura di un nuovo filone investigativo sull’«abnorme consumo di fitofarmaci che si verificherebbe in provincia di Lecce» e di cui sarebbe venuto a conoscenza “attraverso l’elaborato di una ricercatrice universitaria”. L’ipotesi è che un tale eccesso abbia leso le difese immunitarie degli olivi visto che «le piante hanno lo stesso meccanismo immunitario degli esseri umani».

 

A parte la “singolare” affermazione, è un peccato che al Procuratore sembri sfuggire il fatto che gli oliveti salentini condotti a regime “biologico”, allevati secondo le buone pratiche agricole e non esposti agli “insulti dei presidi fitosanitari” non siano in migliori condizioni di salute degli impianti che non godono di questi privilegi.


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