Giampiero Calzolari: «Latte, tanto tuonò che piovve»

L’Europa è tornata al libero mercato senza prevedere atterraggi morbidi e la produzione è schizzata alle stelle. E il sistema è imploso. L’analisi del presidente di Granarolo


latte

Dopo un ventennio di contingentamento delle produzioni messo in atto con le quote latte, l’Europa è tornata al libero mercato senza prevedere atterraggi morbidi e la produzione è schizzata alle stelle proprio nel momento più critico dei consumi domestici, quando si sono chiuse le porte della Russia e la Cina ha rivisto al ribasso le richieste di polvere.
A questo punto il sistema è imploso.

In Italia il regime delle quote è stato vissuto come mero adempimento burocratico: carteggi e multe, evasione, contenzioso, Tar e demagogia, ma mai come strumento di pianificazione e di riordino. E adesso che siamo alla resa dei conti, l’Italia vive il paradosso di importare materia prima ma di scoprirsi eccedentaria nei distretti delle produzioni di eccellenza, in quelle zone dove il latte non è mai stato una commodity ma la base per produzioni ad alto valore aggiunto – Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Gorgonzola, Alta Qualità – consentendo remunerazioni ben al di sopra della media europea. Riconosciamo di essere stati tanto improvvidi da non aver saputo legare produzione a mercato, disponendo fra l’altro dello strumento del piano produttivo. Solo così, anche in futuro, potremo pensare a una possibile terapia; è tempo di assumere il principio che le regole sono uno strumento e non un cappio al collo.

Esiste un enorme problema di prezzo che, nel 2015 ha segnato un ribasso di oltre il 13%, e che sgomenta per le prospettive di tutto il 2016. Ma esiste anche un drammatico problema di volumi. Cominciano a essere molte le aziende a cui l’industria ha disdettato il proprio contratto e le quotazioni di latte spot, tanto basse da rappresentare una vergogna, si riferiscono a volumi ingenti e crescenti, col paradosso che oggi sul banco della distribuzione compaiono prodotti 100% italiani prodotti con latte italiano pagato 20 euro al quintale, con la beffa che chi si adopera per remunerare correttamente il latte deve competere con chi gioca un differenziale di prezzo imbattibile.
Rimango convinto che il Made in Italy rappresenti una opportunità in grado di restituire grandi soddisfazioni a chi saprà coglierla. Non saranno tutti. Esportare è cosa diversa dal vendere a un operatore che a sua volta vende in un altro paese. Esportare significa coltivare in proprio nuovi mercati di sbocco.
L’export crescerà perché il mondo ha fame dei nostri prodotti, i consumatori planetari li apprezzano ma ancora non li trovano con facilità e a prezzi adeguati. Quindi gli spazi esistono, ma l’export cresce un passo alla volta e ai famosi 50 miliardi di euro, agognati un po’ da tutti, bisogna arrivarci vivi.

L’Europa, contrariamente a qualche mese fa quando il presidente Hogan negava che si potesse parlare di crisi, ha aperto consentendo ai Paesi membri di intervenire sulla gestione volontaria della produzione.
É un treno da prendere al balzo. Forse non il più popolare, ma la demagogia farà strage del comparto, e dunque suggerisco a chi ha idee di metterle in campo utilizzando almeno in parte le risorse del pacchetto latte. Dobbiamo essere consapevoli che questa crisi procurerà danni devastanti e, se non sarà governata adeguatamente, insanabili. Costringendo molte aziende a chiudere e togliendo benzina paradossalmente a quel Made in Italy che rappresenta un assest strategico per il Paese.
Credo che sia preferibile, o meglio doveroso, che ognuno si assuma le responsabilità che gli competono per ristrutturare il comparto e tenerlo con la testa fuori dall’acqua. Che piaccia o no l’88% delle aziende alimentari italiane ha meno di 10 addetti, fa gli stessi prodotti e si trova nella stessa zona.
Non è un punto di forza, al contrario è una debolezza drammatica, che vale anche per il comparto lattiero.

Si utilizzino le risorse disponibili, non solo per alleviare doverosamente le sofferenze, confidando in chi sa quale miracolo. Usiamole piuttosto per indurre l’efficientamento della filiera, partendo da chi ha un futuro.
Sappiamo quanto questa scelta sia anche nelle mani delle Regioni, alle quali spesso sfugge la dimensione competitiva internazionale della nostra agricoltura.


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