Se i geni allarmano il telespettatore

I rischi di un ulteriore depotenziamento della ricerca genetica sulle piante e sul settore sementiero


geni

Da poco ha fatto notizia l’acquisto di Inter e Milan da parte di magnati cinesi, mentre scarsa attenzione ha ricevuto il passaggio ai cinesi stessi della Produttori Sementi Bologna, azienda leader nella selezione di frumento duro e tenero in Italia.

Nulla di cui stupirsi si dirà, in quanto il calcio è seguito con passione da quasi ogni Italiano, mentre la selezione di sementi migliorate di frumento interessa solo pochi addetti all’agricoltura.

Invece questa notizia ci riguarda tutti.

 

Il frumento da sempre costituisce il pilastro della nostra dieta e civiltà. Quasi metà del frumento utilizzato dalla filiera agroalimentare nazionale proviene dall’estero (es. Australia, Canada, Francia, ecc.): altro che “chilometro zero”.

Per quanto tempo ancora potremo chiamare “italiana” la nostra pasta sui mercati del mondo? Parallelamente si assiste a un crescente interesse per la coltivazione dei frumenti antichi che, se attuata su larga scala senza un congruo incremento della superficie coltivata, aumenterebbe ancora le importazioni in quanto le varietà dei nostri nonni producono meno della metà rispetto ai grani moderni, che sono frutto di un secolo di sapiente innovazione varietale avviata da Nazareno Strampelli e Francesco Todaro.

 

Stime della Fao indicano che nei prossimi 40 anni sarà necessario incrementare del 70% la produzione attuale di frumento. Altro fattore preoccupante è la progressiva riduzione della quota di seme certificato di frumento prodotto da aziende italiane, con buona pace della nostra bilancia commerciale.

Come contrastare questa potenziale “tempesta perfetta”, soprattutto in vista dei mutamenti climatici in atto, e della crescente richiesta di grano?

La soluzione la offre soprattutto – ma ovviamente non solo – l’innovazione varietale e quindi l’investimento nella ricerca genetica e nei suoi più recenti sviluppi, come ad esempio l’editing del genoma, la nuova tecnica che consente di ottimizzare la funzione dei geni e quindi la performance della pianta. In una recente relazione presentata al World Food Forum tenutosi a maggio a Parma, Sanjaya Rajaram – insignito nel 2014 del World Food Prize, l’equivalente del Nobel in agricoltura – ha affermato che saranno soprattutto le applicazioni dell’editing del genoma al miglioramento genetico delle piante ad assicurare il futuro della Food Security dell’umanità.

 

L’applicazione dell’editing tuttavia richiede l’identificazione e il sequenziamento dei geni che controllano i caratteri desiderati, obiettivi oggi perseguibili grazie ai progressi della ricerca genomica. Se tuttavia le piante di frumento oggetto di editing fossero classificate come ogm, ne verrebbe preclusa la coltivazione in Italia, con le ovvie conseguenze.

Nel corso di una recente intervista in materia di ricerca sul frumento in Italia mi è stato suggerito di evitare di menzionare la parola “geni” nel timore che questo potesse allarmare i telespettatori. Questo episodio è specchio di un Paese in cui la percezione delle cose, soprattutto in materia di agricoltura, è scollegata dalla realtà.

 

Se in futuro continuerà a prevalere un atteggiamento ostile verso l’innovazione genetica, allora il rischio di depotenziare ulteriormente, e forse irrimediabilmente, la ricerca genetica sulle piante e il comparto sementiero diventerà realtà, con le ovvie conseguenze sulla competitività della nostra agricoltura e sulla bilancia dei pagamenti.

Finiremo per comprare gli spaghetti dai cinesi – forse i loro antichi inventori – come già in parte avviene per la passata di pomodoro?

 

di Roberto Tuberosa

Professore ordinario di Genetica Agraria Università di Bologna

roberto.tuberosa@unibo.it


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