Frascarelli: «Agroalimentare resistente al sisma, ma serve di più»

La forza dell’agricoltura appenninica è nel territorio. La produzione agricola ripartirà. Occorre però inventarsi il futuro che passa inevitabilmente per lo sviluppo rurale integrato


sisma

Il terremoto ha percosso duramente le zone appenniniche dell’Italia centrale. Il morale di molti agricoltori è “a terra”; l’assenza di un punto di appoggio in campagna rende la vita durissima.

L’agricoltura ha dimostrato di essere il settore più vulnerabile, ma anche il più resiliente, quello più capace di resistere agli urti: tanto che ha reagito più positivamente all’urto del terremoto.

Ma non illudiamoci: non basta.

 

L’agricoltura è il settore più vulnerabile.

Dopo lo spavento e la distruzione, commercio e turismo possono sospendere l’attività, la scuola può chiudere per qualche giorno, l’industria può avere il tempo di riorganizzarsi. L’agricoltura no!

Vacche e pecore devono mangiare; la mungitura non è rinviabile. Il latte deve andare al caseificio. I campi devono essere preparati per la semina autunnale e l’inverno è alle porte.

Per tutte queste ragioni, l’agricoltura è il settore più vulnerabile, ma è anche il più resiliente. Resilienza è la parola giusta per questa circostanza. Non è una parola di tutti i giorni e – come dice il vocabolario – si riferisce propriamente alla tecnologia dei materiali: è “la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto”.

In parole povere, la capacità di resistere agli urti.

I materiali di cui sono fatte le aziende agricole (case, stalle, capannoni) non hanno resistito alla rottura, ma l’agricoltore si, l’agricoltore è resiliente, resiste alla distruzione del terremoto, per varie ragioni.

 

L’attività agricola non è delocalizzabile.

È inevitabile che l’agricoltore voglia restare; non pensa lontanamente ad andare in albergo. Poi – per temperamento – l’agricoltore è resistente, ama lavoro e terra, predilige il suo territorio per ragioni affettive e non solo economiche.

L’agricoltura nelle zone appenniniche dell’Italia centrale, negli ultimi anni, stava vivendo un periodo positivo; la quasi totalità degli agricoltori aveva abbandonato le commodities e si era orientata verso le produzioni differenziate: farro, cereali minori, lenticchie, ceci, formaggi tipici, carne bovina e ovina locale, tartufi, norcineria. La maggior parte dei prodotti sono biologici. Molti hanno diversificato verso l’agriturismo, il turismo rurale, la trasformazione e la vendita diretta.

 

La reputazione del territorio è rilevante.

Norcia, Castelluccio, Amatrice, Colfiorito, Visso hanno varcato i confini regionali, per le loro bellezze naturali, storico-culturali e religiose, per l’originalità dei prodotti (chi non conosce la lenticchia di Castelluccio di Norcia, la norcineria o l’amatriciana?).

Queste zone hanno anche beneficiato largamente del sostegno della Pac; un agricoltore può arrivare a percepire ben sette pagamenti ad ettaro: pagamento base, greening, giovani, accoppiato, pagamento agroambientale (biologico o integrato), benessere animale, indennità compensativa.

Qualità, reputazione, sostegno pubblico: l’agricoltura di queste zone stava vivendo una nuova “primavera”, tanto che la redditività è migliore dell’agricoltura intensiva di pianura. Tutto finito!

 

L’agricoltura si riprenderà dopo il terremoto? Sicuramente si! Il vero problema è che l’agricoltura – nonostante la sua importanza in queste zone – conta appena il 5-6% del Pil e il 7-11% dell’occupazione. E la sua forza sta nello sviluppo rurale integrato con le altre risorse: turismo, cultura, architettura, piccola impresa, ambiente, servizi.

La vera necessità è la ripresa di tutta l’economia locale, turismo in primis, e qui le prospettive a breve termine non sono rosee. Questo è il problema.

La forza dell’agricoltura appenninica è nel territorio. Dopo il terremoto, la produzione agricola ripartirà; ma non basta. Occorre inventarsi il futuro che passa per lo sviluppo rurale integrato.

Non è facile, ma questa è la direzione per gli imprenditori e la politica.

 

di Angelo Frascarelli

Università di Perugia
angelo.frascarelli@unipg.it


Pubblica un commento