Ficodindia, la coltura e l’uso dei suoi frutti

La ricerca internazionale sta lavorando per migliorare lo standard quali-quantitativo delle produzioni, ma soprattutto per ampliare la conservabilità dei frutti e il loro utilizzo come prodotto fresco o semi-lavorato


ficodindia

Si è tenuto a Palermo, organizzato dall’ISHS, l’VIII simposio internazionale sul Ficodindia (Opuntia ficus-indica L. Mill.) (“Cactus Pear and Cochineal”), centocinquanta studiosi provenienti da ventidue Paesi hanno affrontato diverse problematiche della coltura. E’ emerso, una volta di più, un quadro davvero straordinario sulle potenzialità di questa specie e sull’attuale realtà produttiva nel mondo. Limitandosi alla sua vocazione frutticola, è ormai chiaro che la coltura del ficodindia rientra a pieno regime tra le specie produttive di maggior interesse per le zone semi-aride, soprattutto per le sue capacità di dare luogo a sistemi intensivi pienamente sostenibili sul piano ambientale, sociale ed economico. Oggi, questa specie occupa, nel mondo, una superficie di circa 100.000 ha per la produzione intensiva di frutta, mentre un altro milione di ha è destinato alla produzione intensiva di foraggio in terre aride (Fig. 1).

Molti aspetti della biologia di questa specie sono stati affrontati e in buona parte chiariti, negli ultimi venticinque anni, grazie ad un’attività di ricerca scaturita da una rilevante cooperazione internazionale, in particolare dopo la costituzione di uno specifico WorkingGroup ISHS e del Network for International Cooperation on Cactus Pear & Cochineal FAO-ICARDA (gestito da Fao-Icarda). Tuttavia, rimangono in discussione diversi aspetti che attengono alla sua coltivazione.

Se, ad esempio, sono oggi disponibili i dati sugli indici di area fogliare ottimali (LAI) o sugli indici di diradamento e maturazione o sulla stima del fabbisogno irriguo, ancora largamente inesplorate su base sperimentale sono, invece, problematiche di base, come quelle legate all’efficienza dei sistemi colturali e alla loro potenzialità produttiva, che oggi sembra cogliere un limite vicino alle 30 t/ha di fichi raccolti.

I modelli di impianto italiani, se confrontati con quelli israeliani, diversi per densità sulla fila – gli uni (italiani) con distanze pari a 6×4 m, gli altri (israeliani) a 4×2 m – sembrano aver un limite produttivo che difficilmente supera le 20-25 t/ha, con un’elevata percentuale di scarto (prodotto di pezzatura ridotta). Il problema di fondo è legato al fatto che non è possibile incrementare la produttività aumentando la fertilità di ogni singolo organo riproduttivo (i cladodi di un anno), perché al di là di un limite di 6 frutti per cladodio, la pezzatura, la percentuale in polpa e il grado zuccherino del frutto si riducono drasticamente e progressivamente. Questo significa che occorre aumentare il numero di cladodi fertili per ettaro; obiettivo, quest’ultimo, che può essere raggiunto aumentando il numero di cladodi fertili per pianta, oppure il numero di piante per ettaro.

Con distanze 6×4 m occorrono almeno 70 cladodi fertili per pianta per produrre 20 t/ha di frutta e un numero più elevato comporta, necessariamente, una maggiore altezza delle piante e un LAI elevato (>4) che, in ultima analisi, si traducono in minore efficienza economica e ridotta qualità del prodotto. Su questo punto, è evidente che si richiede un’intensa attività di ricerca, oggi del tutto inesistente.

 

Qualità del prodotto

Le problematiche di maggiore ampiezza e difficoltà riguardano certamente la qualità, reale o percepita come tale, del frutto. Due i problemi di maggior rilevanza: la presenza degli aculei (glochidi) e il numero di semi nel frutto. Se il primo problema ha trovato, nella gestione post-raccolta, una soluzione adeguata, con le macchine despinatrici associate o meno alla ceratura e con la produzione di frutti di IV gamma, nel secondo caso è evidente che l’unica soluzione possibile è quella del miglioramento genetico.

Analizzando nel dettaglio la prima problematica, è noto che la rimozione dei glochidi causa una lacerazione dello stato ceroso dell’epidermide, provocando un incremento dei tassi di respirazione, con una conseguente ridotta durata e tenuta della conservazione. Inoltre, tali micro-ferite danno il via libera ad infezioni fungine e batteriche che causano perdite ingenti durante la conservazione in magazzino o all’interno delle celle frigorifere. Per questo, è opportuno lavorare i frutti dopo e non prima della eventuale conservazione.

Di ben diversa entità è, come detto, il problema della riduzione del numero di semi. Nessuno dei numerosi tentativi di interventi ormonali durante la crescita del frutto ha avuto successo e, d’altra parte, la partenocarpia vegetativa osservata da alcuni Autori non è costante e non comporta la possibilità di ottenere frutti di un qualche valore commerciale. Esistono, in Sicilia, mutazioni caratterizzate da basso numero di semi, 40-60 rispetto ai 150-200 delle cultivar standard, ma non sempre la qualità del frutto è adeguata in termini di pezzatura e consistenza. Quale potrebbe essere la via? Probabilmente, la soluzione sta nell’ottenimento di frutti caratterizzati da elevato grado di stenospermocarpia, con semi, cioè, caratterizzati da aborto dell’embrione e ridotti a mere cartilagini, capaci però di sostenere lo sviluppo della polpa. In diverse altre specie succulente, come i Cereus o i Selenicereus, i frutti hanno semi di ridotta dimensione, come nel caso dell’actinidia, e anche questo obiettivo potrebbe essere utilmente perseguito con programmi di miglioramento genetico adeguati.

A tale scopo è utile segnalare che l’attività di “fingerprinting” (accertamento dell’impronta genetico-molecolare) e di sviluppo di marcatori molecolari è stata avviata anche su questa specie. Esistono, infatti, ormai, a livello mondiale, diversi campi di collezione e diverse iniziative di miglioramento genetico.

Un altro aspetto di fondamentale importanza è quello legato al calendario dell’offerta sul mercato. I frutti di ficodindia maturano in una arco di tempo che va da luglio a febbraio e che si sviluppa, sostanzialmente, su una base varietale apparentemente ristretta e omogenea in termini di colore della polpa, ma non di caratteristiche complessive del frutto. I Paesi della Wana Region (“West Africa & North Africa”) sono quelli in cui il frutto matura prima, già ai primi di luglio, con un calendario che si conclude ad agosto. In Sicilia si privilegia la produzione autunno-invernale, che si protrae fino a novembre. La produzione di fichidindia nel periodo autunnale è derivata dalla rimozione del primo flusso di fiori e nuovi cladodi (con la cosiddetta “scozzolatura” manuale) che avviene durante la prima fioritura e che comporta una rifiorenza in luglio, posticipando così la raccolta.

In effetti, grazie anche a numerosi studi sul fenomeno della rifiorenza, oggi gli agricoltori sono nelle condizioni di gestire l’epoca di maturazione attraverso una specifica modulazione dell’epoca fenologica in cui praticare la scozzolatura. Se, infatti, la si pratica prima della fioritura, si otterrà una rifiorenza maggiore (1:1) e anticipata, alla quale seguirà un ciclo di sviluppo di 70-90 giorni; se, invece, la si pratica in piena fioritura o, addirittura, alla fine di essa, la rifiorenza sarà progressivamente ridotta e posticipata nel tempo e lo stesso ciclo di sviluppo del frutto potrà arrivare fino a 120 giorni. In altre parole, si può modulare l’epoca di raccolta dai primi di settembre a tutto novembre, sempre utilizzando la stessa varietà e senza una lunga conservazione post-raccolta.

Esiste, poi, anche la possibilità di avere frutti del tutto fuori stagione, in pieno inverno, utilizzando due diverse tecniche. La prima, sviluppata in Italia, che prevede la doppia scozzolatura, in giugno e luglio, e la successiva fioritura a fine agosto, con frutti che arrivano a maturare anche a febbraio, a condizione che vengano coperte le piante con tunnel plastico (polietilene o altri poliresini), sia per mantenere un livello termico adeguato a consentire lo sviluppo del frutto, sia ad evitare i danni da uccelli. La seconda tecnica, comunemente applicata in Israele, richiede, invece, una forte concimazione seguita da un intervento irriguo, immediatamente dopo la prima raccolta, nel mese di luglio; le piante rifioriranno in agosto così da ottenere una produzione che, in pieno campo in Israele, maturerà in gennaio-febbraio. Nel primo caso, le piante produrranno una sola fioritura annuale, nel secondo caso avremo dalla stessa pianta due fruttificazioni l’anno. Si tratta, ovviamente, di tecniche applicabili a diverse condizioni ambientali, in funzione, soprattutto, dell’andamento che, in Israele, ai confini dell’area di Gaza, è certamente caratterizzato da temperature più elevate di quelle riscontrabili in Sicilia.

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di FRUTTICOLTURA n. 12/2015 L’Edicola di Frutticoltura


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