Fertirrigiazione, per fare qualità occorre investire

L’esperienza di Stefano Giuliani e Andrea Melandri, frutticoltori romagnoli


fertirrigazione

Agricoltori giovani proiettati verso l’uso di tecnologie utili a migliorare le rese e la qualità in campo, e anche la qualità della vita. Sono state queste le molle che hanno spinto un paio di frutticoltori della Romagna, zona Forlì e Faenza, a rinnovare i propri impianti di fertirrigazione attrezzandoli con le più moderne tecnologie.

Nel territorio romagnolo l’uso della fertirrigazione è una prassi in uso da decine d’anni. Ovviamente gli impianti, le pompe, i filtri, i materiali sono in continua evoluzione e gli aggiornamenti sono all’ordine del giorno. È quello che hanno pensato anche Stefano Giuliani e Andrea Melandri: per fare qualità occorre investire.

«Nella bassa Romagna – spiegano Marco Tommasini ed Emanuele Pedota, tecnici del Consorzio Agrario Adriatico che hanno realizzato gli impianti in questione – è sempre in agguato il rischio brinate e gelate. Per questo progettiamo gli impianti in modo che, oltre all’irrigazione e alla fertirrigazione tradizionali, siano utilizzabili anche come antibrina».

Giuliani ha 39 anni e conduce, nei pressi di Forlì, un’azienda di oltre 20 ettari. Di questi 19 sono di kiwi, mentre la restante superficie è suddivisa fra mele a marchio e vigneto.

 

Al passo con i tempi

«Cerco di rimanere al passo con i tempi – dice l’agricoltore – e di non fermarmi. Su kiwi abbiamo progettato un doppio impianto che abbia più funzioni. Quello a goccia è specifico per la fertirrigazione, mentre i microgetto servono sia per il raffrescamento estivo, sia come antibrina in primavera».

Tommasini entra nel dettaglio: «Abbiamo posizionato, in più punti dell’impianto di kiwi, delle sonde con i termometri. Quando la temperatura si avvicina allo zero, scatta l’impianto di irrigazione a microgetti. Il passaggio di stato da liquido a solido implica una cessione di calore che riesce, a livello di microclima, a “regalare” un paio di gradi. Se la brinata non è devastante, questa differenza di temperatura è sufficiente a salvare i germogli, le gemme e quindi la produzione».

«E soprattutto – gli fa eco Giuliani – grazie all’automazione non devo più vegliare per tutta la notte e vagare da un settore all’altro del podere per aprire e chiudere le valvole. Il sistema infatti è automatizzato e il comando per le valvole viene trasmesso da casa, tramite un trasmettitore e un ricevente che hanno una potenza di copertura di oltre un chilometro. Quando c’è il rischio brina, l’impianto si attiva e grazie all’acqua diminuiscono i rischi».

Giuliani ha un’unica centralina che gestisce 4 stazioni filtranti con impianto di fertirrigazione. Suo babbo, Guido, ricorda che anni fa usando il sistema Venturi andava con la trattrice e la botte (con la miscela di fertilizzante) trainata ad ogni stazione e qui doveva aspettare la fine del turno irriguo. Poi, col trattore, passava alla stazione successiva e il tutto durava quasi un giorno: una vera via crucis.

 

 

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