Embargo russo? Anche no

Con l’embargo russo l’export dell’agroalimentare made in Italy è allo stremo


grano

Isolare la Russia è isolare l’Europa di Beatrice Toni

Caso Ucraina: l’Europa ha appena prolungato di sei mesi le sanzioni contro la Russia (su energia, finanza e difesa); Mosca risponde e raddoppia tenendo il mirino puntato sul cibo: un altro anno di stop all’import di prodotti agroalimentari da Europa, Stati Uniti, Australia, Canada e Norvegia. Vino escluso. Il punto sull’embargo l’ha fatto Putin a Expo: «L’Italia è il quarto partner commerciale della Russia. Ma recentemente gli scambi si sono ridotti del 10% e, nell’ultimo trimestre, del 25%. È una situazione non soddisfacente per i russi, ma io credo anche per l’Italia. Gli imprenditori italiani non vogliono una riduzione degli scambi commerciali». I conti per l’export agroalimentare li ha fatti Coldiretti stimando un crollo di 20 milioni di euro al mese. Esportazioni dimezzate nel primo quadrimestre 2015; in realtà, azzerate per ortofrutta, formaggi, carne e derivati. I danni collaterali sono l’eccesso di offerta sui mercati europei e quindi la depressione dei prezzi; il boom dei cibi taroccati in Russia, finti made in Italy; infine, rallentano anche i prodotti fuori dalla lista nera dell’embargo giocando su un mercato diventato ormai ostile. Proprio questo è il risultato: non è cambiata la strategia in Ucraina, ma ora l’Europa è più lontana dalla Russia. Forse, non a caso, un viceministro ha sollecitato ad accelerare in un’altra direzione, verso gli Usa e verso il Ttip, il trattato commerciale Europa-Usa. Sul punto va citata anche la singolare affermazione di Eugenio Scalfari: «Sono d’accordo con Berlusconi». Ecco perché: «Non bisogna isolare la Russia spingendola verso l’Asia, bisogna invece avvicinarla all’Europa se non vogliamo che sia l’Europa a essere isolata».

Perseverare è diabolico di Andrea Segrè

Embargo, leggiamo dal vocabolario Treccani: sostantivo maschile, deriva dallo spagnolo embargar impedire, sequestrare. E oltre: «Provvedimento con cui uno stato o un gruppo di stati vieta l’esportazione di armi, munizioni e di qualsiasi prodotto che possa servire alle nazioni in guerra per prolungare il conflitto, o con cui, anche fuori da eventi bellici, delibera la sospensione di forniture di determinate merci per esercitare su una nazione pressioni o ritorsioni di natura politica: embargo del grano, del petrolio». Da quando esiste questa misura di coartazione della libertà di decisione degli stati colpiti – questo lo leggiamo su Wikipedia – si sono trovati diversi modi per aggirare l’embargo: ad esempio le triangolazioni dove la compravendita è mediata da un paese terzo che non aderisce ai trattati e funge da intermediario per gli scambi di merci e dei pagamenti fra il paese produttore e quello sottoposto a embargo. Su altri libri più sofisticati di geopolitica è scritto che l’embargo imposto dai politici fa solo dei danni: tanto alle popolazioni che lo subiscono quanto agli stessi paesi che lo impongono o a singole categorie di produttori (questo è il nostro caso). Ma soprattutto l’embargo, non occorre aver studiato storia, non raggiunge quasi mai gli effetti desiderati. A chi “governa” l’occidente bisognerebbe ricordare una non sospetta locuzione latina: errare humanum est, perseverare autem diabolicum (commettere errori è umano, perseverare è diabolico).


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