Editoriale: Rischio in etichetta


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Rischio in etichetta di Beatrice Toni

È tutto un addio. Chipotle mexican grill (grande catena fast food Usa) annuncia: via dal menù tutti gli ingredienti a base di ogm. Pepsi diet abbandonerà invece l’aspartame. E la Coca Cola magari la imiterà. Kraft toglierà il colorante arancione dai suoi “macaroni & cheese”. McDonald gli antibiotici dai polli. Sull’onda di campagne sui social, sondaggi e dintorni, i giganti dell’agroalimentare fanno professione di eticità e cambiano marcia. Convinti dai timori dei consumatori circa i loro menù e, ancor di più, dal crollo dei consumi e del business. Non sono aziende coraggiose dice qualcuno, semplicemente vogliono evitare rischi. Soprattutto per se stesse. E magari è un’utopia. Perché noi siamo la “società del rischio” come l’aveva anticipata anni fa il sociologo Ulrich Bech. Si riferiva, attenzione, a uno stato di percezione del rischio e non necessariamente a una realtà (anche se prodotto da questa realtà). Questione anche di culture. Per molti americani, gli europei soffrono di isteria ambientale (circa il cambiamento climatico) e da Frankestein-food (ogm) ma agli occhi degli europei, l’isteria è in Usa e riguarda il terrorismo (e quindi l’amplificazione degli strumenti di controllo dei, e sui, cittadini). Parliamone. Le risorse che abbiamo a disposizione per gestire i rischi sono le stesse che li amplificano: informazione e conoscenza (dalla sindrome mucca pazza in poi). E dunque l’etichetta (di origine, di processo) ci informa, ma non ci salverà. Ma può essere un punto di partenza. Verso la consapevolezza.

Non è un toccasana di Giuseppe Fugaro 

L’etichetta è ormai entrata nella cultura del consumatore che la legge sempre di più e vuole trovare indicazioni precise, ma è anche entrata nell’immaginario collettivo dei produttori che vogliono diffondere, attraverso l’etichettatura, maggiori informazioni soprattutto tranquillizzanti per la salute dei consumatori stessi e che possano spingere in alto i consumi o meglio a non contrarli di più. Ma capiranno i consumatori che “free aspartame” e “free E955” sta a significare la stessa cosa? E soprattutto quali sono i pericoli reali per la salute che si corrono a seguito di questi additivi presentati come potenziali “killer”? Commissione e associazioni europee dei birrai vogliono indicare le calorie di birra e vino e si scatena subito una guerra ideologica tra produttori sull’opportunità di fornire questo dato salutistico trasformando però un’etichetta in una carta del tesoro dove cercare le menzioni che interessano! Già ora le etichette tra indicazioni obbligatorie e facoltative   rendono difficile una lettura comparata. Forse sarà meglio vigilare affinché l’etichetta non diventi l’arma con la quale le multinazionali dell’agroalimentare combattono tra di loro battaglie commerciali per la conquista dei consumatori, facendo loro credere che sono preoccupatissimi per la loro salute! E i prodotti di qualità di cui è ricca l’Italia rischiano di fare la fine dei vasi di coccio in quanto non dichiarano “free aspartame” o altre menzioni pseudo nutrizionali e salutistiche… alimentando così il sospetto dei consumatori che possano, invece, essere pieni di E955 e di altri “pericolosi” additivi.


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