Editoriale – A proposito di riscaldamento globale


Dry ground and drought conditions in an Illinois cornfield

Mai dire Maya di Beatrice Toni

Nel conto degli arrembaggi estivi alle coste mediterranee sarebbero da mettere anche i rifugiati ambientali. In aumento esponenziale. Fuggono dalla siccità (o dalle alluvioni), non dalla guerra. Ma cascano male perché il deserto avanza anche qui. Da tre secoli è in atto l’aumento della temperatura globale. Intensificato dall’incremento della CO2 nell’aria con uno sconvolgimento del clima. Lo dicono stime e modelli matematici. La scienza. “Catastrofisti” ribatte un’altra parte, non meno qualificata, di quel mondo. I calcoli sarebbero sbagliati. Solo il 15% dell’effetto serra dipende dalla CO2; molti fenomeni influiscono sul clima e l’unica certezza è che non siamo in grado di fare previsioni a lungo termine.

Banalmente: non ci sono più le solite stagioni? Di certo è aumentato il panico da riscaldamento globale forse per l’abitudine di dipingere i suoi effetti con sostantivi come catastrofe, rischio, emergenza, disastro. Sfruttamento delle emozioni.

Modestamente: quest’anno il caldo ha lessato i radicchi nell’orto, prosciugato sorgo e soia pronti da raccogliere già a Ferragosto e fatto peggio su bietole e mais. Eppure solo l’anno scorso era (grande) allarme alluvioni (una manna per la mosca dell’olivo).

Nel frattempo, nonostante stime, modelli matematici e minacce globali, vi è chi ha coltivato l’immaginazione nel segno del progresso. Vedi alla voce olandesi (che hanno strappato la terra al mare) o Qatar (che coltiva nel deserto con acqua desalinizzata).

A noi basterebbero progetti molto meno grandiosi, anzi minimi. Ad esempio saper gestire il rischio (emergenza?) micotossine sul mais (effetto del caldo torrido) senza farne pagare i costi al solo homo sapiens agricoltore. O rischiamo davvero la sua estinzione, come la siccità ha fatto (pare) con i Maya.

 

Memoria corta di  Dario Casati

La calda estate del 2015 entra nel gioco dei controversi primati meteo facendo discutere sotto l’ombrellone o nelle notti afose delle città fra le diatribe degli scienziati fino alle prossime piogge o a un’altra estate record.

L’ultima, quella del 2012, esplose imprevista. Bruciò i raccolti in Europa e persino le città in Russia, fece impennare le quotazioni agricole. Una breve fiammata seguita da un lungo periodo di prezzi bassi. Molti ne hanno temuto la ripetizione, ma non è stato così. Pochi giorni di tensione sui mercati, qualche rialzo e poi tutto come prima. Alcune colture ne hanno sofferto, ma non in America con un raccolto di mais che colma le perdite europee.

Sorpresa: l’agricoltura reagisce, più dei modelli che la descrivono, come il clima fa parte di un sistema interattivo. Lo ha sempre fatto, con la cura dei campi, la selezione e l’ingegno umano. Ha incrementato le produzioni, reso più sicuri i raccolti, più sani gli alimenti, sconfitto carestie e pestilenze.

Un’agricoltura efficiente usa i frutti della ricerca per produrre e proteggere quelli del suolo. Troppo spesso si dimentica che senza agricoltura non c’è cibo né vita per l’umanità. I problemi oggi sono i cambiamenti del clima o i nemici alieni, domani saranno altri, ma la soluzione si trova nello sviluppo della ricerca.

Con un occhio al meteo torniamo a lavorare e a sperimentare. Le soluzioni a problemi tanto antichi da sembrare nuovi si trovano solo così. Ma l’uomo ha la memoria corta.


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