Editoriale – Non c’è trucco. Non c’è inganno?


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 Non c’è trucco Non c’è inganno? di Beatrice Toni

Buone notizie da Expo. Lo sviluppo può ripartire. Farà leva su turismo e agricoltura. Vinceranno i territori riconoscibili che incarneranno la good reputation del made in Italy nel mondo. Lo dicono ricerche prodotte in questi ultimi giorni. Rimandano l’eco di altre condotte alcuni anni fa.

L’agricoltura inverte certi negativi trend italiani e fa tombola: con il record delle assunzioni al Sud, la crescita dell’export, il boom dei giovani occupati, le prospettive di lavoro e così via. Italia Silicon valley del cibo: gli slogan non mancano.

Una filiera, quella agricola (produzione, trasformazione, distribuzione, consumo), che è formidabile moltiplicatore di opportunità per i territori grazie alla contaminazione e integrazione fra agroalimentare, paesaggio, tradizioni, costumi e stili di vita.

Sì, certo, nel frattempo le montagne franano, i fiumi rompono gli argini, i prezzi non sono remunerativi per i produttori e le aziende agricole/zootecniche chiudono i battenti. Qualcuno dice che in questi anni abbiamo smarrito anche la cultura agricola (pur celebrandola). E che per parlare di rinascimento economico e culturale di lì dovremmo partire: dalla terra violata. Dai fatti che, come noto, hanno la testa dura.

Ma è altrettanto reale un Expo che, più che il mondo affamato, nutre occhi e mente dei consumatori sazi. E più che il futuro alimentare disegna suggestioni. Come è stato autorevolmente scritto, il mercato approfitta degli ingenui. Inganno e manipolazione sono alla base del capitalismo di consumo. È male approfittarne? Basta saperlo.

 

 

Bene l’expo, ma dopo? di Andrea Segrè

E così, finalmente, si scopre l’acqua calda: il cibo ha valore. Cresce l’export agro-alimentare. È record nel numero di denominazioni di origine. Incoraggianti sono i dati sull’occupazione, soprattutto al Sud. Di rilievo è il tentativo del governo di arginare l’illegalità e di togliere iniqui balzelli.

Effetto Expo? È indubbio il successo dell’esposizione universale, non solo in termini di affluenza, ma anche di relazioni diplomatiche attivate, affari fatti e da fare, quotidiana vetrina planetaria. Il cibo attira e tira, meglio se accoppiato alle altre eccellenze del Belpaese: le bellezze storico-artistiche paesaggistiche, quelle della moda e delle macchine. Come emerge in tutti gli studi recenti e passati. C’è di che essere soddisfatti, in un paese dove la lamentatio e la critica distruttiva rappresentano il sale della vita.

L’importante però è non perdere questo abbrivio, una volta che i riflettori, inevitabilmente, si spegneranno. Dal 1 novembre i problemi sulla tavola dovranno essere affrontanti senza la visibilità, anche mediatica, offerta dal palcoscenico – sempre illuminato – di Expo. Smontati i padiglioni – a proposito sarebbe bene capire cosa si farà dell’area, ci sono dei progetti? – riusciremo a mantenere il rapporto “sentimentale” con il cibo e soprattutto con chi lo produce? Ci ricorderemo che c’è qualcuno a monte (ma sta anche a valle) che produce un valore non solo economico, ma ambientale e sociale? E che dev’essere messo in condizione per poterlo fare al meglio a beneficio di tutti, sempre?


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