Editoriale – L’era del cinghiale bianco


Wild boar (Sus scrofa)

L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO di Beatrice Toni

Non solo sole, cicale e farfalle in quest’ultima estate italiana. A sbriciolare lo stereotipo (sempre più letterario) dell’incontaminata natura mediterranea arriva, fra l’altro, l’invasione dei cinghiali. Attaccano e uccidono l’uomo.

Da Cefalù in su scopriamo quel che gli agricoltori sanno già loro malgrado: colture e allevamenti devastati da anni e 600 mila euro di danni. Rimborsati poco o male.

Quasi assente ai primi del ‘900, il suo areale era un quinto sino a 30 anni fa, sgrufolando il cinghiale è sceso sempre più a valle, si è incrociato talvolta con i maiali figliando ibridi più prolifici e aggressivi, ha occupato i pendii abbandonati dalle attività agricole, ha approfittato dei rimpalli di competenze fra province e regioni, dei piani di ripopolamento, delle divisioni politiche.

Oggi è un pericolo pubblico: un milione di capi devasta boschi e campi, invade le carreggiate, terrorizza i turisti ed è alle porte delle città. Esponente numero uno di quello zoo impazzito che tormenta anzitutto l’agricoltura: nutrie, lupi, caprioli e storni.

Le soluzioni tecniche vanno trovate e condivise (non sarà facile): recinzioni (ma chi le paga?), abbattimenti (ma aumentano la fertilità). Anche questo, ma non solo questo.

Il cinghiale è specchio di un territorio che ha perso i suoi equilibri, dimenticato e messo da parte. Toglie sapore alla rappresentazione del nostro cibo che proprio di paesaggio e immagine si nutre. E che dovrebbe semmai raccontare dell’era del cinghiale bianco, simbolo celtico della conoscenza e della cultura dell’Italia.

 

E SE FOSSE UNA RISORSA? di Giuseppe Fugaro

Il problema è da tempo ben conosciuto dal mondo agricolo e non solo quando cinghiali (e nutrie) provocano incidenti gravissimi con lesioni e morte di persone, ma anche quando causano pesanti danni all’economia agricola. Le stime sono parziali e incomplete, ma solo in Lombardia sono stati stimati 5000 euro al giorno pari a circa 2 milioni di euro in un anno. Un assedio che ogni anno in quella regione provoca oltre 500 incidenti stradali, più di uno al giorno, e 2.400 assalti ai campi, il doppio di dieci anni fa.

Le soluzioni al problema cinghiali, sollecitate ripetutamente dal mondo agricolo, sono svariate e vanno dall’adozione di pratiche preventive e di difesa a quelle di abbattimento controllato fino all’eliminazione totale visto che, con ogni probabilità non si tratta di razze autoctone, ma importate di nascosto da Paesi dell’Europa dell’Est, per ripopolare qualche area da offrire al divertimento dei cacciatori.

Ma la soluzione adottata in provincia di Rieti è un esempio: il danno economico è stato trasformato in risorsa per l’economia agricola e alimentare. La carne di cinghiale e i prodotti della salumeria rientrano tra le prelibatezze gastronomiche per cui la cattura, macellazione e lavorazione sotto controllo sanitario dei cinghiali può divenire un business alla luce del sole per l’agroalimentare e per il terziario come ristorazione e gastronomia. Invece di spendere denaro pubblico per risarcimenti dei danni e investire in prevenzione e lotta si incentiva il follow up delle imprese con tutti i positivi riflessi che ne conseguono!


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