Editoriale – Filiere “made in Italy” cercasi

Un confronto con la realtà francese


filiere

Soia, tempo di rilocalizzazione di Beatrice Toni

Innovagri: «Questo è un trattore al 100% francese, tutto costruito in uno stabilimento francese e dà lavoro a oltre 2.000 dipendenti francesi». Il marchio è in realtà straniero, non importa quale, ma è stato assimilato al made in France.

Sfumature? La solita, antica, grandeur? Qualcosa di più, una strategia. Come il progetto di (ri)lancio della soia,tra campi dominati da girasole, sorgo, mais e vigneti.

Si parte dal business mondiale: aumenta, senza tregua, il consumo di proteine vegetali. In primis per polli e maiali. Ma non solo (alimentazione umana e chimica verde).

C’è già un’iniziativa europea cui ispirarsi, “Soia del Danubio”: oltre 130 partner, dagli agricoltori alla gdo, per produrre un’oleaginosa di qualità non ogm (cresce infatti la domanda).

E c’è una forte dipendenza dall’import straniero (Argentina, Stati Uniti, Brasile), circa il 50% del fabbisogno sempre più contestato per molteplici ragioni.

Queste le premesse per puntare diritti sull’obiettivo: giocare da protagonisti su un mercato strategico; più indipendenza dall’estero aumentando la soia certificata “made in France” nonchè ogm free.

Tutti gli attori della filiera cooperano per costruire una filiera ad hoc; ragionano su dati tecnici (con una solida ricerca e sviluppo) ed economici (l’aiuto Pac e contratti remunerativi per incentivare i produttori che rispettano determinate tecniche).

Così la Francia, nostro principale competitor sul fronte delle eccellenze alimentari, rilocalizza una commodity. Semina la terra, coltiva le idee, raccoglie il progresso. In Italia si gioca su tavoli separati o si tira a strappare qualche punto di umidità o impurità. Fino a quando?

 

Grano duro, ora una vera filiera di Stefano Serra

Perché puntare ancor più sulle filiere? Nel caso del grano duro, dalla crisi del 2007 alla volatilità del 2014-15 fino all’odierna incertezza sui mercati, dovremmo aver capito che speculare è bello, ma programmare (per tempo) è meglio e nel medio termine “paga” sia a livello economico sia di crescita aziendale.

Il bisogno di certezze di equi termini e condizioni negoziali, l’esigenza di differenziarsi e traghettare i propri business fuori dalle tempeste (“weather market”, crisi politiche, volatilità cambi, concorrenza) sempre più avvicina le strategie di produttori e utilizzatori. La filiera vince accettando senza eccezioni il dialogo ad “armi pari” nel reciproco rispetto: il tempo di furbizie e mezze bugie non ha più ragione di essere. La tecnologia analitica sempre più efficiente e conveniente anche per piccoli volumi di cereale e l’informazione on-line riducono al minimo quel “gioco delle parti” tra attori che (erroneamente) si vedevano contrapposti negli interessi. Remando organizzati coglieremo l’ultima occasione per passare indenni dalle rapide della concentrazione della domanda italiana e dell’offerta comunitaria ed estera.

Bisogna uscire dall’alibi di chi afferma: “l’Italia è deficitaria e comunque vada si venderà bene” o di chi erroneamente afferma “all’estero si troverà sempre e a migliori condizioni”. Se la filiera grano duro Italia non è commodity ma sinonimo di “qualità” riconosciuta nel mondo, abbandoniamo improbabili strategia di sopravvivenza in “solitaria” per preservare “assieme” quel patrimonio di eccellenza: facciamo la pasta e non facciamoci più la guerra!


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