EDITORIALE – Accoglienza verde


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 Accoglienza verde di Beatrice Toni

Sui migranti l’America ci ha costruito una civiltà. In Italia (non solo) è in bilico la convivenza civile. Anche se qualcuno (un’associazione austriaca) ha pensato a un ponte per collegare la Tunisia alla Sicilia e risolvere il dramma dei barconi. Anche se qualche famiglia corre ad aprire le porte di casa. Anche se proprio l’agricoltura può raccontare storie virtuose di integrazione vantaggiose anche per il pil (mungitura latte, raccolta mele, pomodori e uva).

Il problema resta. L’accoglienza non è in discussione (la retorica magari sì), ma cosa facciamo fare ai migranti in attesa di risposta alle richieste d’asilo? Sempre più spesso i comuni puntano sul volontariato, lavoro a costo zero. E lo traducono, di frequente, in cura del verde, dei parchi e degli spazi pubblici. Manutenzione del territorio.

Bell’idea. Ma qualcuno al Nord sottolinea che il lavoro andrebbe sempre pagato, altrimenti è sfruttamento. Al Sud, poi, dove si scontra con lavoro nero, sottosalari, caporalato…l’idea del lavoro gratuito pare un affronto.

Valutiamo anche qualche conseguenza. Ad esempio la concorrenza di questo neo-volontariato con le cooperative sociali (non quelle dedite a business lucrosi) nonché agricole che già vivono di quei lavori: tra difficoltà di bilancio e tagli alla spesa pubblica qualche Comune potrebbe sostituire il loro lavoro con i neovolontari. Abbiamo appena celebrato l’agricoltura sociale che assume su di sè, fra l’altro, la mission dell’accoglienza e dell’inclusione. Sempre che non venga estromessa dal mercato che ha l’abitudine di non riconoscere nè profughi nè volontari, ma solo convenienze.

 

Buon senso cercasi di Massimo Alberghini Maltoni

Doverosa premessa: non facciamo paragoni sentimental-demagogici con i nostri nonni che attraversavano l’oceano per andare in paesi che di lavoratori avevano bisogno e posto dove sistemarli. Non condivido nemmeno chi afferma che l’Europa ha bisogno di etnie per colmare le lacune demografiche dovute alla scarsa natalità. Il problema è come (e se) inserire in paesi con alta densità di popolazione, flussi umani di tale rilevanza. Ovvio che la situazione è diversa in Italia (oltre 200 abitanti per km2 che se perequati alla superficie “abitabile”, raddoppiano) e in Norvegia (15 anime per km2…). A noi interessa l’Italia, credo…

Al di là delle dichiarazioni, un po’ stucchevoli, di tolleranza assoluta e quelle, anacronistiche, di ricorso ai cannoni, sarebbe necessaria un’analisi piena di buonsenso per evitare che la situazione degeneri.

A costo di essere impopolare vorrei sottolineare un concetto: se “ospito” temporaneamente un pellegrino di passaggio, lo nutro, lo alloggio decorosamente e lo assisto al pari degli altri cittadini, mi sembra che questi mi potrebbe aiutare a svolgere alcune elementari mansioni…quali?

Scartiamo tutte quelle che necessitano di preparazioni e/o istruzioni particolari; i lavori umilianti e degradanti; quelli che sono (o potrebbero essere ricoperti) da cittadini che hanno esigenze reddituali. Esistono compiti di questo tipo nel nostro settore? Nel settore Pubblico esiste un’area ben precisa e molto vasta: l’alta collina e la prima montagna dove le aree boschive sono molto spesso “lasciate andare” favorendo frane e dissesto idrogeologico: perché non impiegare questi soggetti in operazioni di elementare manutenzione? Oltretutto queste zone sono piene di edifici non occupati perciò la collocazione logistica sarebbe facilmente risolvibile. Risultato: meno frane, maggior vivibilità dei boschi, nessun posto di lavoro “occupato” e meno nulla facenti che potrebbero ingannare il tempo in attività meno nobili…Buonsenso?


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