Duro, tensione sui prezzi

Come muoversi alle attuali quotazioni


duro

MEGLIO TENERE O VENDERE? I prezzi scenderanno ancora?

L’andamento dei prezzi ha subito il recente calo per una somma di eventi: raccolti nella media un pò ovunque ed elevati livelli di copertura (fisico e cartaceo) degli acquirenti che nella primavera 2015 hanno approfittato di livelli di prezzo per consegna fino a oltre dicembre ai minimi degli ultimi anni (soprattutto dalle origini extra-Eu) .

Il dilemma sul futuro dei prezzi si consuma ora su due principali domande: i detentori italiani venderanno il duro restante a prezzi a ridosso (se non sotto) i costi di produzione? E lo faranno anche quegli agricoltori canadesi che hanno (da sempre) la possibilità di stoccare presso le loro aziende l’intero raccolto? Il buon senso direbbe che nessuno venderà “a perdere”, ma è anche molto probabile che le quotazioni non si riprendano se non a ridosso delle future date critiche per lo scenario produttivo del duro mondiale: l’inverno europeo (fasi agronomiche) e la primavera nordamericana (semine primaverili). Vendere o tenere allora? Al momento le due strategie si equivalgono, salvo un’inaspettata ritenzione dell’offerta italiana o canadese di fronte ai bassi prezzi. Tenere è giudicata una speculazione, ma alla luce dei prezzi odierni, potrebbe valere la pena tentare.

 

L’ANOMALIA ITALIANA. Come mai i prezzi del nostro duro sono più bassi rispetto alle piazze straniere?

Il mercato in Italia da anni evidenzia un ritardo di reattività. Appena il prezzo mondiale aumenta, noi aumentiamo “meno” e dopo gli altri, e appena cala, scendiamo prima e “più” degli altri. L’anomalia è forte se, come è, siamo uno dei paesi più deficitari al mondo, ma una possibile chiave di lettura è che il nostro mercato dalla crisi del 2007-08 vive gli avvenimenti interni e mondiali a scoppio ritardato. Gli utilizzatori sono ormai abituati ad avere ampie scorte e, in momenti di prezzi bassi , si affrettano ad allungare ulteriormente le coperture (con prodotto da “ogni origine”) fino ad avere la capacità di traghettarsi senza contraccolpi oltre i possibili eventi sfavorevoli (carestie, clima avverso e volatilità dei cambi valutari). È evidente che in presenza di scorte abbondanti, se tutto procede al meglio (dalle semine alla raccolta) il mercato sarà sempre più depresso fino al raggiungimento di livelli di prezzo del duro che sfiorano il “break-even” con i costi; per contro, in caso di calamità produttive il nostro sistema reagisce in ritardo, in quanto non è “corto” e con minore volatilità di prezzo rispetto alle piazze internazionali. Oggi siamo nella situazione di ampie scorte e fondamentali di mercato tranquilli.

 

100 HA SONO POCHI. Qual è la dimensione aziendale ottimale per ottenere redditività dal grano duro?

I principali produttori italiani di semola hanno capacità molitoria superiore alle 250 t/giorno, e la domanda “qualitativa” degli utilizzatori finali (pastai e panifici) impone sempre più costanza di fornitura e quindi omogeneità dei lotti di duro in macinazione. Per essere riconosciuti produttori di serie A bisogna avere alcune prerogative: una dimensione adeguata e offrire garanzia di continuità di fornitura. Un agricoltore “medio” canadese produce da 1.000 a oltre 5.000 t di duro, con specifiche di alta qualità media e (soprattutto) massima omogeneità del prodotto che sono il frutto della tecnologia (gestione agronomica con GPS) impiegata in campo. In Italia l’equivalente sono i grossi stoccatori, i consorzi e le cooperative, ma a livello di omogeneità del prodotto ricevuto e riconsegnato il divario è spesso abissale.

In Italia un’azienda di 100 ha a grano è una grande azienda, ma agli occhi di un molino resta piccola! Con una produzione di 350-450 t (al Centro-Sud) o 500-600 t (al Centro-Nord) copre poco più di 2 giorni di macinazione e resta un fornitore “una tantum”. Quindi la condizione ottimale è l’aggregazione tra più attori, basata su precise strategie comuni dalla scelta della semente fino a segregazione e stoccaggio in lotti di almeno 3-5 mila t, omogenei sia a livello merceologico che di proteina. Solo con queste premesse si potrà migliorare quella redditività che sarà logica derivazione di una condivisa e attenta strategia commerciale e di difesa del prezzo.

 

LA VENDITA IN TELEMATICO di prodotto fisico consentirebbero di sfuggire a queste logiche? E come?

Una cosa è cercare di massimizzare i margini mediante l’aggregazione della nostra offerta sotto l’ombrello della continuità di fornitura e dell’omogeneità “nei e tra” i lotti offerti, altra cosa è proteggere il prezzo sulla base di una qualità “minima garantita” che, come da definizione, definisce i minimi, ma non precisa i reali parametri del lotto.

La vendita in telematico su Agrex permette di esulare dalla necessità del lotto minimo, consentendo di prendere posizioni di 50 t o multipli ogni qualvolta ci sia in mercato una controparte, ma il tutto avviene in un contesto di regolamentata “genericità” sia di prodotto che di prezzo. Avere ogni giorno la possibilità di comprare o vendere va bene in momenti come l’attuale ove non sempre si trova un compratore o si pensa che sia ora di vendere, ma la strada migliore per valorizzare il proprio grano duro resta il canale tradizionale della vendita base reali caratteristiche del prodotto. L’uso del telematico è interessante in ottica di copertura del rischio prezzo per quanto concerne la sua componente qualitativa “generica”. Attenzione però a uscire per tempo dalla posizione altrimenti si rischia di dover consegnare oro per argento…

 

SPECULAZIONE: che peso ha rispetto agli scambi reali?

Premesso che la speculazione finanziaria non riguarda il grano duro in quanto non esiste al momento un future che permetta operazioni per posizioni in volumi a “tre-quattro zeri”, tuttavia in momenti di stasi di mercato come quello odierno, praticamente senza scambi di prodotto, regna una differente speculazione, quella del “sentito dire” e del “domani potrebbe accadere”. Non importa quale sia la fonte, conta che sia sufficientemente verosimile. Frasi come “pare che l’Algeria apra a breve un’asta…” oppure “…sembra che qualche operatore avrà problemi a onorare i contratti” o “si dice che la siccità faccia temere per il raccolto in… ” sono più che sufficienti per comprovare, in assenza di transazioni, significative variazioni dei prezzi ufficiali. Talvolta il peso delle parole supera le azioni, un principio sempre più frequente sia nel mercato dei cereali italiano che estero.

 

Leggi l’articolo completo di grafici su Terra e Vita 43/2015 L’Edicola di Terra e Vita


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