Duro, mercato più difficile

Sano e di qualità. Il prezzo è ok, ma si fatica a vendere


duro

Qualità: come è andata? Problemi con le micotossine?

L’annata è andata bene sotto tutti i punti di vista. Il problema tossinico è stato limitato e per lo più non ha influenzato gli andamenti dei mercati; la produzione 2015 è nella piena normalità. Per gli aspetti qualitativi, il riscontro medio è stato più che buono sia come parametri merceologici (peso specifico, chicchi vitrei e umidità) che molitori/di pastificazione (contenuto proteico, ceneri, qualità del glutine).
È vero che parte della qualità del duro è “varietale”, ma l’annata e una corretta pratica agronomica hanno sicuramente aiutato il raggiungimento del risultato e il contenimento del rischio tossinico.

Gli acquisti dei molini e dell’industria sono in “stand-by”: cosa aspettano? La produzione del Canada?

Da gennaio a oggi la strategia di acquisto di molini e pastifici è stata turbata dalle ripetute inversioni di tendenza dei prezzi che hanno inculcato nei buyer timori di sbagliare il momento dell’acquisto. A marzo-aprile le coperture di estero (bassa qualità e basso prezzo) sul luglio-dicembre erano importanti poi si sono assottigliate con cancellazioni (forzate) da parte di “trader” timorosi (viste le ottime notizie agronomiche dal Nord America) di dover consegnare alta qualità ai bassi prezzi pattuiti per “gradi 3 e 4”.

Nelle ultime settimane, dalle stesse origini nordamericane, fioccano le offerte di lotti di duro con buona qualità a prezzi interessanti e questo ha ancor più paralizzato molini e pastifici. Il Canada si stima che produrrà 4,5 milioni di t, ma alla fine potrebbe rivedere il rialzo il dato (come accaduto nelle ultime due campagne). In aggiunta piove sul 40% dei campi di duro ancora da trebbiare e (forse) si potrebbe rivedere l’offerta dell’economico “grado 4” che da maggio-giugno è introvabile. Con l’offerta italiana in apprensione e queste incertezze, è condivisibile l’attesa dei nostri molini a prendere posizione; i pastifici vivono tutto questo con il “filtro” dei molini e anche sul fronte semole si lavora molto “alla giornata”.

Quotazioni: come si spiega il crollo al Nord? E gli acquisti al ribasso?

Senza dubbio il panorama molitorio italiano è in evoluzione e il momento di crisi ha ridisegnato le strategia di vendita di commercianti, consorzi e cooperative… molto combattuti tra vendere il prodotto conferito e “prezzato” (dai produttori) a tutti o, con più avvedutezza, dirigere l’offerta ai “soliti” compratori finanziariamente più solidi. Il dilemma non è di poco conto e al primo segnale di mercati potenzialmente calanti l’offerta è entrata in fibrillazione spianando la strada alla domanda che da settimane è saldamente al comando della biga trainata dai cavalli: “sicurezza del pagamento” e “prezzo finito in un mercato calante”.

Frumento duro come il mais: prezzi italiani più bassi, ma “vince” il prodotto importato. Perché?

Per il mais gli ingenti volumi di import in essere e in arrivo deprimono il corso, per il duro è differente. Fino a ieri il differenziale di prezzo tra nazionale ed estero era congruo nel senso che un “grado 3 proteico” costava poco più di un Fino “proteico” (inclusi i premi qualità). Oggi la situazione è cambiata: lo stesso “grado 3 proteico” arriverebbe, salvo catastrofi climatiche dell’ultimo minuto in Canada, a prezzi inferiori al Fino “proteico” e questo ha congelato la domanda sul medio termine, con evidenti riflessi sulle “ansiose” mercuriali.

Come si può sostenere una filiera nazionale se vi è incertezza di prezzi anche nelle annate buone?

Come accade in molti altri campi, anche non agricoli, si dovrebbe affrontare il tema con l’ottica economica e, vista la volatilità dei costi energetici e del cambio, del breve termine.

Indipendentemente dalle annate, la filiera pasta è in grado e dovrebbe riconoscere ai produttori un prezzo che (alla semina) vada oltre i costi tecnici e il lavoro svolto. Se invece il driver del mercato italiano, deficitario cronico del 30-40%, sarà la speculazione tutto si complica e, più che sui prezzi all’agricoltore, l’incertezza sarà sulla sopravvivenza del settore pasta. Il grado di concentrazione dell’offerta mondiale resta elevato e un calo di produzione di grano in Italia sul medio termine sarebbe una sconfitta per tutti, nessuno escluso.

Quanta pasta made in Italy 2015-16 sarà a base di grano duro italiano?

Se utilizziamo quasi 6 milioni di tonnellate di grano duro all’anno e, semplificando al massimo, ne produciamo 4 milioni il calcolo è presto fatto: almeno un 30% della nostra produzione di pasta è basata su grano comunitario o estero, ma il valore reale è ben più alto considerando che spesso, al molino (come grano) o al pastificio (come semole), il duro nazionale è “migliorato” o talvolta “peggiorato” da grani comunitari ed esteri.

Mugnai e pastai italiani sanno bene cosa vuole il consumatore (locale ed estero) e come vincere la concorrenza estera. Morale, talvolta l’import deprime il mercato, altre volte (in annate molto problematiche)… evita ai produttori di dovere declassare il duro a “foraggero”. Essendo la nostra agricoltura molto a rischio climatico e il mercato mondiale “ristretto”, produrre un 60-70% del consumo nazionale di duro sembra essere quasi un “ottimo strategico” per l’intero comparto.

 


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