«Non voteremo nessuna riforma senza avere garanzie sui fondi» –

Così il presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, parla del nuovo modo di «fare rappresentanza» a Bruxelles a pochi giorni dall’apertura formale del negoziato sulla riforma che dovrà ridisegnare la mappa degli aiuti agricoli comunitari dopo il 2013.

De Castro: sul futuro della Pac l’Europarlamento giocherà un ruolo decisivo

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Altri paesi hanno capito prima di noi che in uno scenario negoziale complesso come quello attuale, con 27 partner al tavolo del Consiglio dei ministri Ue, è più semplice ed efficace far passare le istanze delle rappresentanze nazionali attraverso il Parlamento europeo. Che, oltre a una maggiore capacità di mediazione, avrà anche maggiori poteri, visto che il Trattato di Lisbona ci pone sullo stesso piano del Consiglio con l’estensione all’agricoltura del processo di codecisione ».
Così il presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo (ed ex ministro con i governi Prodi e D’Alema), Paolo De Castro, parla del nuovo modo di «fare rappresentanza » a Bruxelles a pochi giorni dall’apertura formale del negoziato sulla riforma che dovrà ridisegnare la mappa degli aiuti agricoli comunitari dopo il 2013.
Il Trattato di Lisbona ha esteso all’agricoltura la procedura di codecisione. Non c’è il rischio di complicare ulteriormente il processo decisionale europeo, già di per sé abbastanza sconosciuto ai non addetti ai lavori?
Al contrario: la codecisione rappresenta per noi una grande responsabilità. Una responsabilità che spaventa, in quanto il Parlamento non sarà più consultato per dei semplici pareri ma dovrà decidere su temi molto importanti. Ma il dibattito e il processo decisionale risulteranno in realtà semplificati. In primo luogo perché nel Parlamento europeo non ci sono quelle divisioni ideologiche che caratterizzano, per esempio, il nostro Parlamento nazionale. Il lavoro delle commissioni inoltre, composte in gran parte da politici molto competenti e con una lunga esperienza nel settore, è quasi sempre recepito dall’Aula che non cambia quasi mai le decisioni delle commissioni. Le divisioni sono semmai su base geografica, nel senso che in agricoltura si scontrano le diverse sensibilità del Nord e Sud Europa, ma anche in questo caso le competenze tecniche prevalgono e spesso le decisioni sono adottate a larghissima maggioranza.
Per la Pac si prepara l’ennesima, radicale riforma. La comunicazione della Commissione lascia per ora aperte tutte le ipotesi, dal rafforzamento dell’attuale politica al graduale smantellamento degli aiuti diretti.
Diciamo tranquillamente che il commissario all’Agricoltura, Dacian Ciolos, ci ha lasciato con il cerino in mano. Sulla comunicazione non c’è scritto praticamente nulla. E anche quello che il commissario avrebbe magari voluto scrivere, ha evitato di metterlo nero su bianco per non rischiare di urtare alcune sensibilità.
Sarà dunque il Parlamento europeo a dettare la linea del negoziato? O questo ruolo sarà lasciato agli Stati membri più attivi, come la Francia?
Sicuramente il Parlamento voterà una serie di raccomandazioni molto più precise e dettagliate rispetto alle indicazioni contenute nel testo della Commissione. È per questo che vorrei ribadire, senza alcun intento polemico, come per l’Italia sia più facile far passare le proprie istanze attraverso Strasburgo rispetto ad altre vie. In Consiglio, ad esempio, con 27 partner, anche un’alleanza importante con tre o quattro grandi paesi deve poi fare i conti con i restanti 22 o 23. Sulla nuova Pac comunque le raccomandazioni del Parlamento saranno in linea con quanto stabilito nella relazione Lyon, che chiede una Pac più forte ed equilibrata.
Sarà comunque un negoziato al buio, visto che l’ammontare dei fondi resta l’incognita principale e sarà deciso in altra sede.
Sarà la prima riforma «al buio», oltre che una delle più radicali. Più ancora della riforma del 2003, che con il disaccoppiamento ha cristallizzato una situazione esistente basando gli aiuti sulla produzione storica. Ma dev’essere chiaro che il Parlamento europeo non voterà nessuna riforma senza prima conoscere l’ammontare del bilancio agricolo post 2013.
La Commissione propone di indirizzare gli aiuti ai soli «agricoltori attivi». Qual è la posizione del Parlamento?
In linea di principio siamo d’accordo, ma si tratta di una proposta che presenta delle difficoltà applicative, in quanto l’individuazione degli agricoltori professionali varia da paese a paese, e su questo l’Europa non può intervenire. Ci sarà invece, ai fini della migliore efficacia degli aiuti, un tetto per le imprese più grandi, che terrà conto però del livello occupazionale, e che sarà definito con la partecipazione del mondo sindacale, che dovrà anche aiutarci a una migliore definizione delle piccole imprese alle quali anche la riforma dedicherà un’attenzione particolare.
Un altro tema chiave riguarda la redistribuzione degli attuali 56 miliardi annui della Pac. Un travaso dei fondi verso Est è inevitabile?
Una certa redistribuzione ci sarà comunque, a prescindere dai criteri che saranno individuati, non solo tra paesi ma anche tra settori all’interno di un singolo Stato. È chiaro però che la superficie agricola non potrà essere l’unico parametro utilizzato, ma bisognerà tenere conto anche del valore della produzione.
Potrebbe essere un modo per correggere l’errore storico del disaccoppiamento, ristabilendo un legame tra aiuti e attività agricola?
Su questo posso dire che a Bruxelles c’è una consapevolezza diffusa che l’idea che il mercato avrebbe risolto da solo tutti i problemi vada corretta. Va gestita l’instabilità diffusa. È finita l’epoca dell’abbondanza di cibo e andiamo verso un’epoca di scarsità. E questo cambierà anche i rapporti agricoltura- industria. La volatilità dei prezzi è cresciuta moltissimo, ma la tendenza di lungo periodo è comunque di crescita. Sulla gestione dei mercati ci potrà essere un ripensamento. Il disaccoppiamento non è in discussione, ma qualche forma per legare gli aiuti alla produttività in casi specifici la troveremo.


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