Costi di produzione, più margini per l’agricoltura

Al XII incontro della Compagnia delle Opere Agroalimentare confronto fra realtà imprenditoriali che cercano di rimanere competitive su un mercato sempre più complesso


costi

La frutta e la verdura tal quali costano poco e spesso l’agricoltore non copre i costi di produzione. Ma può bastare una trasformazione e il prezzo lievita e, paradossalmente, il consumatore è più invogliato all’acquisto, magari online. Che sia l’uovo di colombo?

È questa una riflessione che Giancarlo Paola, direttore commerciale Unicomm, gruppo Selex, ha proposto agli oltre 300 intervenuti al XIII Forum della Compagnia delle Opere Agroalimentare. L’evento si è tenuto a Milano Marittima (Ravenna) il 29 e 30 gennaio scorsi.

Il Forum è stato un momento di confronto e scambio di idee. E anche di previsioni, come quelle di Mauro Fanin, presidente della Cereal Docks: «Gli ultimi 4 raccolti nei due emisferi, cioè negli ultimi 2 anni, sono stati eccezionali. Le scorte sono buone ed è per questo che i prezzi sono bassi. Anche nel 2016, credo, rimarranno su questa linea, a meno che non giungano notizie di eventi climatici avversi».

Il rebus biocarburanti

Fanin ha pure messo una pietra tombale, al momento piuttosto pesante, sul settore dei biocarburanti: «Col petrolio a 30 dollari al barile i combustibili bio, così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, sono morti. Però credo che un biocarburante di nuova generazione, sviluppato dalla ricerca e con un alto tasso di innovazione, che contribuisca ad abbattere decisamente le emissioni, non solo sarebbe auspicabile, ma avrebbe anche successo».

Come ogni anno l’evento della Cdo Agroalimentare porta esperienze di aziende che ampliano i propri orizzonti.

Nel 2016 è stata la volta della Cooperativa agricola cesenate (Cac) di Cesena, azienda sementiera sul mercato da oltre 50 anni. Il direttore Stefano Balestri ha posto l’accento su un numero eclatante: l’80% del fatturato è verso l’estero e solo il restante si fa in Italia. Di quell’80%, la metà è rivolto verso paesi extra Unione europea.

«Cac – ha detto il direttore – conta oltre 2.000 soci in 10 regioni e 263 dipendenti con 30 milioni di euro di fatturato. I nostri clienti sono per lo più asiatici. Vi chiederete come mai dall’Asia scelgano proprio un’azienda italiana. Direi che è un insieme di concause positive: il clima, l’esperienza, la professionalità, le tecnologie, i risultati eccellenti. Le regioni più vocate sono l’Emilia-Romagna, le Marche e la Puglia».

Avena e farro, una soluzione

Un’altra esperienza particolare è stata quella descritta da Gianpaolo Sangrinelli della zona di Siena. Qui l’azienda di 800 ettari ha due indirizzi: cerealicolo e turistico. Il grano tradizionale è stato affiancato da varietà di grani antichi. Molti ettari sono destinati ad avena e farro. L’azienda è bio da ormai 20 anni e uno dei mercati maggiori di vendita è quello degli Stati Uniti. Gli antichi casali presenti in azienda sono stati da tempo ristrutturati e rappresentano un’attrattiva turistica da tutto il mondo.

E poi si è parlato di un alimento che i salutisti non vedono di buon occhio: lo zucchero.

Stefano Dozio, direttore generale Italia Zuccheri, non ha usato mezzi termini: «Hanno eliminato le quote per far diminuire ancor di più il prezzo. E a fare il bello o cattivo tempo sono le industrie. Il maggiore fornitore al mondo di zucchero è il Brasile che occupa da solo il 50% del mercato mondiale. Come faremo noi a sopravvivere? Facendo conoscere al consumatore lo zucchero italiano che avrà la garanzia di una filiera nazionale e possa portare qualche euro ai produttori della penisola».

E forse sarebbe ora di diventare più patriottici anche sul fronte della carne e del latte. Stefano Piccoli, direttore del Consorzio Vitellone dell’Appennino Centrale, ha affermato che «la nostra carne di qualità, per hamburger, costa 11 euro il chilogrammo. Quella dei fast food 3,5 euro il chilo. Per fortuna c’è una certa sensibilità anche su questo fronte, ma occorre una maggior consapevolezza da parte dei consumatori».

E per quanto riguarda il latte, c’è chi ha evidenziato che è inutile chiedere a gran voce più rispetto per la filiera italiana quando le maggiori industrie in Italia sono in mano ai francesi.

 

 

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