Contro i fitofagi un solo trattamento

Diabrotica ormai endemica, ma il nemico numero uno è sempre la piralide


macchina semovente

Il mais, introdotto in Europa subito dopo la scoperta del continente americano, è una coltura che ha contribuito in modo molto importante a coprire i bisogni alimentari dei nostri antenati e tuttora consente di soddisfare una parte non trascurabile delle nostre esigenze alimentari. In Italia la sua importanza è ormai prevalentemente orientata alle produzioni zootecniche e lattiero casearie e l’uso come l’alimento ad uso umano diretto, nel tempo, è diventato marginale.

Alla base della grande e costante diffusione di questa coltura c’è la sua grande adattabilità alle diverse condizioni ambientali che ne permette la coltivazione in numerose e vaste aree e la sua versatilità di impiego che lo differenzia da tutte le principali colture agrarie.

Prima la siccità, poi gli allagamenti

Da un paio di anni l’andamento colturale del mais è fortemente influenzato dal susseguirsi di eventi climatologici estremi che, purtroppo, ricorrono con sempre maggiore frequenza e tendono a diventare una componente strutturale della coltivazione. E così dopo un 2012 disastroso per la scarsità di acqua e per le altissime temperature estive con conseguente abbassamento dei livelli di falda e innalzamento del cuneo salino, hanno fatto seguito due annate, il 2013 e il 2014, di segno opposto. E se il 2013 era comunque stato caratterizzato da intermittenti e copiose precipitazioni primaverili accompagnate da basse temperature che hanno ritardato i cicli colturali e, in alcuni casi, hanno costretto a seminare su terreni ancora umidi o addirittura sotto la pioggia, nel 2014 l’abbondante presenza di precipitazioni ha finalmente creato condizioni favorevoli alla coltura.

Come ogni coltivazione anche il mais deve confrontarsi con l’attacco da parte di vari fitofagi che ne possono compromettere la produzione sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Fino a qualche tempo fa il fitofago chiave per la coltura era la Piralide (Ostrinia nubilalis); da qualche anno la maiscoltura si è dovuta confrontare con una nuova avversità di origine americana, un Coleottero Crisomelide chiamato Diabrotica virgifera virgifera che, importato accidentalmente quasi 20 anni fa, si è rapidamente diffuso in Italia e in parte dell’Europa. A questi fitofagi in evidenza si aggiungono anche gli elateridi (Agriotes spp.), insetti che vivono nel terreno e che in caso di gravi attacchi possono compromettere l’investimento della coltura.

La polifaga piralide

La Piralide del mais (Ostrinia nubilalis) è un lepidottero, diffuso su tutto il territorio nazionale, appartenente alla famiglia dei Crambidi. Le larve di questo insetto sono estremamente polifaghe e possono svilupparsi a spese di diverse specie vegetali sia coltivate che spontanee, anche se la specie d’elezione è sicuramente il mais.

Le sue larve si nutrono delle radici e delle foglie delle piantine ancora giovani, causando gravi danni alla coltura. Le larve con la loro azione trofica bucherellano le foglie e, sul culmo, causano un indebolimento tale da causare lo spezzamento della pianticina per l’azione del vento. Le larve di 2ª generazione, invece, causano danni sulle spighe e sulle cariossidi, con la conseguente diminuzione della produzione.

La specie sverna come larva in diapausa nascosta tra i residui colturali interrati con l’aratura o nei tutoli. Da metà maggio a fine giugno comincia lo sfarfallamento degli adulti della prima generazione, con un massimo di presenze a metà giugno; quello della seconda, assai prolungato e più pericoloso, va dalla prima decade di luglio a oltre metà settembre, con voli consistenti da metà luglio a fine agosto. I voli delle diverse generazioni, tuttavia, tendono parzialmente ad accavallarsi nel corso dell’estate.

Le femmine fecondate depongono scalarmente le uova sulle piante di mais in ovoplacche embricate da cui, dopo 5-7 gg. nascono le larvette di colore biancastro. Durante i cinque stadi di sviluppo le larve compiono erosioni del parenchima fogliare e forano ripetutamente il cartoccio fogliare. In seguito penetrano nel fusto scavandovi delle gallerie. L’ovideposizione del secondo volo avviene soprattutto sulle brattee delle spighe. Le larve attaccano in preferenza peduncolo e tutolo e, in questa fase, possono danneggiare anche le cariossidi.

La diffusione e la pericolosità della Piralide sono condizionate dall’areale di coltivazione del mais, dalla varietà coltivata e dall’andamento stagionale. Il danno principale è causato dalle gallerie larvali che possono indebolire i fusti di mais fino a provocarne lo stroncamento. Le larve di seconda generazione, causano danni sulle spighe e sulle cariossidi, con la conseguente diminuzione della produzione. Le gallerie larvali provocano un’alterazione delle funzionalità metabolica della pianta impedendo il normale flusso di acqua, sostanze nutritive ed elementi prodotti dalla fotosintesi. Questo causa un decremento produttivo proporzionale all’attacco dell’insetto. Le perdite di produzione provocate dagli attacchi di Piralide possono essere economicamente rilevanti soprattutto per il mais dolce, dove la soglia di danno è particolarmente bassa. Ma anche la qualità del prodotto in caso di forti attacchi può risultare compromessa; le gallerie e i fori larvali infatti, costituiscono la via di accesso preferenziale di alcuni funghi parassiti come Fusarium e Aspergillus. Quello delle micotossine e del loro legame con le piante stressate (e l’attacco di Piralide è una di queste fonti di stress) è un tema che assume una rilevanza crescente e che non deve essere più affrontato con una logica di emergenza, ma considerato come un fattore cruciale per la riuscita della coltivazione e la cui gestione deve essere compresa nei normali protocolli di produzione di questo cereale. Sono molte le pratiche agronomiche utili a ridurre il rischio micotossine ma a queste si affianca anche il trattamento insetticida eseguito allo scopo di impedire l’ingresso delle larve nella spiga evitando danneggiamenti che possono aumentare la loro incidenza.

Per mettere in atto un’efficace strategia di difesa occorre valutare le indicazioni fornite dalle trappole a feromoni e la fenologia della pianta per individuare il momento di intervento corretto.

Trattamenti eseguiti con tempistica sbagliata risultano totalmente inefficaci sia nel controllo della Piralide che nella prevenzione delle contaminazioni da micotossine. Anche la scelta del prodotto

è importante. L’impiego di formulati con caratteristiche ovolarvicide, ad esempio, consente di anticipare l’intervento trattando durante la fase di ovideposizione. I prodotti ad attività esclusivamente larvicida, invece, possono essere impiegati in epoca immediatamente successiva, in corrispondenza del picco di volo degli adulti e della nascita delle prime larve.

Dal punto di vista fenologico i migliori risultati si hanno intervenendo nella settimana che segue la fioritura femminile del mais, ovvero quando le spighe sono già fuoriuscite ed hanno le barbe che virano dal colore verde a quello marrone.

L’imprevedibile diabrotica

  1. v. virgifera compie una generazione all’anno e sverna come uovo deposto nel terreno che ha ospitato la coltura. Le larve nascono nel mese di maggio e, se il mais è stato riseminato sullo stesso appezzamento, ne attaccano le radici, erodendo dapprima quelle più piccole e poi scavando gallerie in quelle più grandi. I primi adulti, invece, compaiono dopo la metà di giugno e, se le condizioni climatiche lo consentono, sono presenti in campo fino ad ottobre. Essi sono dannosi solo in caso di infestazioni molto gravi erodendo le sete fiorali prima dell’impollinazione. Gli adulti tuttavia sono tendenzialmente polifagi e possono nutrirsi anche di foglie, fiori e polline di altre piante tra cui soia o leguminose foraggere.

Il mais è l’unica coltura che consente lo sviluppo di elevate popolazioni di Diabrotica e che, di conseguenza, può subire danni alla produzione. Il danno di rilevanza economica è causato dalle larve che, nutrendosi delle radichette e scavando gallerie nelle radici più grosse, provocano un ridotto sviluppo radicale che rende la pianta di mais più soggetta ad allettamenti, ne riduce la capacità di assorbimento di acqua e nutritivi e, durante le operazioni di raccolta, provoca maggiori perdite di produzione.

I principali metodi di lotta a Diabrotica sono di tipo agronomico: in particolare l’avvicendamento. La rotazione, infatti, ha un effetto diretto sulla popolazione poiché le larve nel terreno, non trovando radici di mais per alimentarsi, muoiono. Solo nelle aree a prevalente vocazione zootecnica in cui è difficile applicare l’avvicendamento, può essere utile una difesa specifica basata su trattamenti adulticidi, utili a ridurre le deposizioni e a proteggere la fecondazione, e trattamenti geodisinfestanti al terreno, utili a ridurre il possibile danno radicale.

Nelle aree maggiormente infestate, l’opportunità di un trattamento adulticida per controllare le ovideposizioni di Diabrotica viene decisa sulla base di un monitoraggio aziendale eseguito con trappole cromotropiche gialle secondo un protocollo sperimentale messo a punto in Lombardia e al superamento di soglie specifiche.

Sfortunatamente il momento di intervento ideale in funzione Diabrotica non sempre coincide con il posizionamento del trattamento contro la Piralide. Ragioni economiche ed ambientali sconsigliano il doppio intervento per cui, in un’ottica di prevenzione e controllo del rischio micotossine, nella maggior parte dei casi se si ravvisa la necessità di un intervento adulticida, è preferibile concentrare l’attenzione sulla Piralide.

Va detto, infatti, che le infestazioni di Diabrotica dal momento della loro comparsa in Italia ad oggi, sono state molto diverse di anno in anno. Ad annate caratterizzate da popolazioni molto scarse, come il 2013, ne sono seguite altre come quella appena conclusa in cui le presenze di Diabrotica erano molto maggiori. Quello che è sicuro è che l’insetto in Italia si sta dimostrando meno dannoso che in Nord America.

Elateridi, attacco dal suolo

Gli elateridi del genere Agriotes spp. sono piccoli coleotteri fitofagi. Le larve di queste specie, conosciute anche col nome di “ferretti”, vivono nel terreno e possono provocare danni alle radici di molte colture erbacee fra cui il mais.

Il ciclo degli elateridi è pluriennale ed è abbastanza diverso da specie a specie; in generale dal punto di vista pratico possiamo distinguere le specie che svernano come adulti da quelle che non lo fanno. In campo gli adulti compaiono, scalarmente, in primavera di solito a partire dalla seconda metà di marzo fino a fine maggio-inizi giugno. Essi si nutrono di alcune piante spontanee contigue o in mezzo ai coltivi ed alla fine della primavera si accoppiano.

Le ovideposizioni avvengono nel terreno sia negli anfratti che a qualche centimetro di profondità, con preferenza dei terreni sciolti e ricchi di sostanza organica. Le ovideposizioni sono scalari e proseguono fino a metà estate.

Dopo un mese di incubazione compaiono le larve neonate che all’inizio si nutrono di residui vegetali in decomposizione ma poi iniziano l’attività trofica dannosa attaccando le radici e gli organi ipogei, danneggiandoli. In generale, i danni consistono principalmente in una riduzione dell’investimento, particolarmente grave in una coltura come il mais. Il periodo di massima suscettibilità delle piante è la fase di emergenza, per poi diminuire con il loro sviluppo.

Quando le piante sono già sviluppate, gli attacchi di elateridi, per effetto delle erosioni a carico delle radici, provocano una perdita di funzionalità, con conseguenti appassimenti ed avvizzimenti della parte aerea e un generale deperimento vegetativo.

Questi insetti per completare il loro ciclo biologico sono favoriti sia dai terreni umidi che dalle poche lavorazioni. Favoriscono inoltre gli Elateridi, i terreni torbosi o comunque ricchi di sostanza organica, i ristagni idrici ed un prolungato inerbimento dei suoli.

Visualizza l’articolo di Terra e Vita n. 14/2015 completo di immagini e box informativi


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