Il biotech del futuro sarà più mirato

Cisgenesi e genome editing accelerano i tempi


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La ricerca, nell’ultima manciata di anni, ha compiuto passi da gigante. Il dibattito pubblico e politico è rimasto invece sostanzialmente immobile, fermo nel rifiutare le biotecnologie in campo agricolo, o meglio il loro frutto più conosciuto e indigesto: gli ogm.

Ma cosa potrebbe succedere nel caso in cui gli ogm dovessero andare “in pensione”, sostituiti da tecnologie più allineate con le esigenze dei consumatori? Come muterebbe il panorama scientifico e produttivo italiano?

Per rispondere a queste domande e favorire un rinascimento della ricerca agricola nazionale, il Crea, consiglio per la ricerca in agricoltura, ha organizzato a Expo l’incontro “Quali biotecnologie usare per garantire a tutti il diritto al cibo”.

 

Il fine, non il mezzo

Partiamo con alcuni fatti. Primo: il miglioramento genetico serve, oggi più che mai. «La popolazione cresce e cambiano le diete – ha spiegato Luigi Cattivelli, direttore del centro di genomica del Crea – e il miglioramento genetico, unito al miglioramento agronomico, è indispensabile per rispondere alla nuova domanda». Secondo: il miglioramento genetico è sempre esistito. Terzo: il miglioramento genetico è il fine, non il mezzo. I mezzi sono, tra gli altri, incroci casuali, incroci mirati, organismi geneticamente modificati, marcatori assistiti (Mas). Ogni tecnica ha i suoi limiti, ma più la conoscenza sulla natura e i suoi meccanismi è andata avanti, più questi mezzi sono diventati precisi e, teoricamente, sicuri.

Oggi si profilano le cosiddette next generation breeding, tecniche di ultima generazione come cisgenesi e genome editing, che causano una mutazione nel genoma delle piante, senza inserire materiale genetico estraneo, con grande precisione. «Questo perché – ha spiegato Michele Morgante dell’Università di Udine – siamo in grado di individuare in maniera mirata il gene che controlla una determinata caratteristica». In pratica il risultato è quello che si potrebbe ottenere da un normale incrocio o da una selezione naturale.

Transgneniche: sì o no?

Ma queste piante andrebbero considerate transgeniche o no? Il quesito è delicato, perché cambiano i processi di autorizzazione, con relativi tempi e costi. Si stima che oggi per ottenere l’autorizzazione di una pianta transgenica servano diversi anni e 10-15 milioni di euro. Risorse che solo le multinazionali possono permettersi. Canada e Usa sembrano non volerle considerare ogm, mentre in Europa regna l’incertezza, con un dossier pendente da un paio d’anni. «Auspichiamo – ha detto Michele Nardi, direttore di Assosementi – una decisione rapida e lungimirante. Il nostro è un settore in sofferenza economica, composto principalmente da pmi. La ricerca va incoraggiata».

La seconda domanda è: ma l’agricoltura italiana ci guadagnerebbe? Molto, secondo gli esperti, perché si potrebbero migliorare le nostre colture, come vite (resistenza a oidio e peronospora), olio (xylella), frutta, frumento. Ma è necessario un nuovo “patto” tra ricercatori, agronomi, agricoltori, aziende, che potrebbe consentire anche di superare certi blocchi culturali. «È necessario un programma di miglioramento genetico nazionale. Dobbiamo ripartire subito, individuando, in sinergia con gli attori della filiera, le esigenze della nostra agricoltura» ha concluso Alessandra Gentile, commissario delegato Crea.

 

Leggi l’articolo completo di box informativo su Terra e Vita 39/2015 L’Edicola di Terra e Vita


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