SICUREZZA ALIMENTARE –

Occorre affinare le procedure e migliorare le analisi. Le proposte degli stakeholder

Biologico, più garanzie sull’import

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Il mercato agricolo europeo è come un gigante con un solo corpo guidato da più teste: la frontiera è una sola, ma viene gestita dai singoli stati che a volte fanno fatica a scambiarsi informazioni. Questa “vulnerabilità” è particolarmente avvertita nel segmento del biologico, sia perché è uno dei pochi che a dispetto della crisi continua a macinare consensi, sia perché negli ultimi anni le importazioni dai Paesi extra Ue sono lievitate.

Solo nel nostro Paese, secondo le ultime statistiche del Sinab, le importazioni extracomunitarie sono cresciute in un anno di oltre il 60%. In particolare sono più che raddoppiate le entrate di mais e colture industriali, mentre sono triplicati gli ingressi delle banane dal Sud America. Notevoli incrementi anche per cacao, caffè, zucchero e tè. Inutile storcere la bocca: il nostro continente è deficitario di alcune materie prime, che a volte arrivano anche sotto forma di prodotti equo-solidali. Proprio per rendere meno complesso e oneroso lo scambio commerciale bio, lo scorso anno è entrato in vigore un nuovo sistema di importazione da Paesi Terzi basato sugli organismi di controllo riconosciuti in equivalenza. In pratica si può importare da 132 nazioni – che si aggiungono ad altre 11 già comprese – senza la necessità di ottenere ogni volta l’autorizzazione.

Ma questa delega non rischia di ridurre le garanzie per i consumatori e per i produttori? Certo gli ultimi fatti di cronaca, con i maxi sequestri di falsi prodotti bio extracomunitari, suggeriscono prudenza. «È indubbio che dobbiamo migliorare il regime di equivalenza. Ma la sicurezza si gioca soprattutto sulla comunicazione» ha spiegato il direttore Ifoam Europa, Marco Schluter, intervenendo a un seminario organizzato a Roma dall’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari per sintetizzare le proposte degli stakeholders coinvolti.

«Lo scambio di informazioni – ha sottolineato Emilio Gatto, direttore Generale dell’Ispettorato Centrale per la tutela della Qualità e Repressione Frodi – è fondamentale. Negli ultimi anni ci siamo trovati di fronte a un sistema molto complesso. Noi abbiamo intensificato sia gli adempimenti per gli operatori sia i controlli, ma c’è una forte disomogenità a livello europeo, anche sulle definizioni. Proprio pochi giorni fa abbiamo introdotto l’obbligo di indicare con un codice addizionale doganale specifico le importazioni biologiche. Ma non abbiamo risorse illimitate, bisogna affinare le procedure e migliorare gli strumenti di analisi del rischio».

Le strategie indicate dai relatori sono diverse. La prima riguarda l’introduzione di regole più severe, in linea con le nostre, per l’accreditamento degli organismi di certificazione dei Paesi terzi. I controlli a monte dovrebbero inoltre permettere di creare un sistema di allerta “automatico”: «L’esperienza – ha detto una rappresentante delle dogane olandesi – ci insegna quali sono gli operatori e i Paesi a rischio frode». Fondamentale è anche puntare sulla digitalizzazione dei documenti, che permetterebbe di risparmiare tempo e di condividere le informazioni. Il nodo della proposta riguarda infatti l’introduzione di una “cabina di regia” europea per la gestione dell’entrata e uscita dei prodotti bio. In tale ottica appare fondamentale creare un database comune – o affinare quello che attualmente c’è – in cui ogni attore possa inserire informazioni ed effettuare ricerche per avere un quadro della situazione e degli eventuali problemi in tempo reale.

Perché l’obiettivo ultimo è trovare il giusto equilibrio tra la legittima domanda di sicurezza e il libero mercato. L’alternativa, ha ammonito Claudio Brigadoi di CTM Altromercato, è che il costo delle certificazioni aggiuntive per il bio si scarichi sui consumatori o che diventi troppo oneroso per i piccoli produttori esportare. 

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