Biologico, entro l’anno arriverà il Piano strategico

Lo ha promesso il viceministro Olivero. Punterà a semplificazione, valore aggiunto, controlli e ricerca


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Entro l’anno il Mipaaf emanerà il nuovo “Piano strategico del biologico”.

Lo ha promesso Andrea Olivero, viceministro dell’agricoltura con delega al bio intervenendo all’apertura del Sana.

«Dai tavoli tecnici e dalle concertazioni delle scorse settimane – ha detto Olivero – sono emersi tutti gli elementi per la redazione di un “Piano strategico” che non sarà una carta di intenti generici ma un documento operativo che dovrà dare risposte concrete a chi lavora nel settore».

Sarebbero quattro i pilastri su cui si baserà il piano: semplificazione, valore aggiunto, controlli e ricerca.

«Vogliamo ridurre quanto più possibile la carta – afferma Olivero – sostenendo semplificazione e chiarezza. Vogliamo poi puntare su modelli di sviluppo che assecondino le richiese di mercato e sviluppino la competitività».

«Nei controlli ci dovrà essere meno burocrazia e più verifiche in campo. Il biologico è soprattutto innovazione – conclude il viceministro – e su questa dobbiamo puntare con un lavoro unitario che vede il Crea (Consiglio per la ricerca dell’agricoltura e l’analisi dell’economica agraria) in primo piano».

Gli intenti paiono buoni. Adesso non resta che aspettare e vedere quali risorse il Ministero sarà in grado di recuperare per passare dalla “strategia” alla “operatività”.

Ma perchè un piano strategico per un settore in forte crescita e che sembrerebbe poter camminare con le proprie gambe?

Innanzitutto l’evoluzione del biologico racchiude un paradosso: l’aumento delle vendite è molto più elevato rispetto a all’incremento di superfici e operatori italiani. E non è un caso l’aumento delle importazioni. Serve dunque un correttivo alla filiera in grado di soddisfare le richieste del mercato con prodotto nazionale.

«Rispetto al 2000 le superfici a biologico sono cresciute del 33% alla quale si accompagna un calo del 15% degli operatori – ricorda Annalisa Saccardo di Coldiretti. – Ciò significa che oggi il biologico viene prodotto soprattutto in aziende medio-grandi e che diviene necessario recuperare quelle piccole, spesso concentrate su produzioni specializzate».

Per abbassare i costi una soluzione potrebbe essere l’adozione della certificazione collettiva, possibilità già concessa ai produttori di paesi terzi e, invece, preclusa a quelli europei, ma che dovrebbe essere inserita nel nuovo regolamento Ue (recentemente rivisto e per il quale siamo in attesa della bozza defiitiva). Questa, andando oltre la conversione al biologico della singola azienda, si occupa di cercare di convertire interi territori.

«Dal momento però che la certificazione collettiva è una certificazione monofilierea e che la produzione delle nostre aziende è spesso abbastanza variegata – precisa Davide Pierleoni del Ccpb – molti interrogativi restano aperti. Attendiamo di vedere gli sviluppi del nuovo regolamento Ue per capire meglio quali reali vantaggi potrebbe portare ai nostri produttori».

Sul fronte delle certificazioni il piano strategico punta alla sburocratizzazione degli interventi degli organismi di certificazione e all’incremento delle verifiche in campo.

«Molte delle verifiche documentali, peraltro al momento previste per legge, – ci tiene a precisare Alessandro D’Elia di Suolo e Salute – restano comunque fondamentali per il controllo dei mezzi tecnici utilizzati dall’agricoltore e non potranno essere eliminati (ma eventualmente informatizzati) per non inficiare l’efficienza stessa dei controlli. Viceversa molto si può fare per evitare sovrapposizioni dei controlli (Mipaaf, Regioni, Usl, Odc…) e fare in modo che fra questi enti sussista un fattivo scambio di informazioni». É chiaro che la questione dei controlli risulta determinante perchè questi contribuiscono a dare credibilità a un settore che, pur essendo in forte ascesa, è stato più volte colpito da truffe e contraffazioni.

Sempre nell’ambito della semplificazione il piano del Mipaaf intende puntare al riordino normativo e alla realizzazione di un testo unico del biologico, come ha ricordato Emilio Gatto della direzione generale per la promozione della qualità agroalimentare e dell’ippica del ministero delle Politiche agricole.

«Grazie al Sib (Sistema informatico per il biologico) – ha detto Gatto – vogliamo eliminare tutta la documentazione cartacea ed evitare sovrapposizioni di competenze».

Fra le criticità del bio c’è anche la disponibilità di semente. Lo scorso anno si sono conclusi gli studi del Piano nazionale sementiero per l’agricoltura biologica ma poco è stato fatto per favorire la divulgazione e il trasferimento al mondo della produzione agricola dei risultati conseguiti. Dovrebbe inoltre essere rifinanziata la banca dati nazionale delle sementi biologiche in modo da limitare per quanto possibile l’uso di semente convenzionale in deroga,

«Soffriamo la nostra crescita e ci serve un migliore organizzazone di filiera – afferma Paolo Carnemolla, presidente di Federbio -. Guardiamo quindi con molta attenzione al piano strategico del Mipaaf dal quale ci attendiamo anche una maggiore attenzione per ricerca e divulgazione». D’altra parte il bio è la frontiera avanzata sul futuro della sostenibilità e non possiamo rischiare di perdere l’importante opportunità che questo comparto ci offre.

 

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