La qualità paga spesso, ma non sempre –

Nel settore del verde spadroneggiano imprese senza scrupoli, che si offrono a tariffe ridicole. A scapito di imprenditori più seri e capaci

SPECIALE MACCHINE PER IL VERDE

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La mancata aggiudicazione a un “professionista del verde” di un importante appalto di manutenzione all’interno di una grande infrastruttura, vinto da un’impresa forte soltanto nel ribasso, ha prodotto i primi frutti: il vincitore, fra penali e contenziosi aperti, ha già superato in costi il fatturato annuo, mentre l’azienda committente sta già facendo i conti i responsabili interni del disastro.

Eppure, se si indice un appalto da un milione di euro, limando sui costi di ogni singola voce, e ci si trova con un’offerta da mezzo milione, bisognerà quanto meno insospettirsi sulle capacità tecniche del concorrente, intese come professionalità nel valutare il proprio lavoro: se uno non sa far bene i conti in tasca propria, figuriamoci come potrà lavorare per il cliente! L’esempio da un milione ci serve per consolarci: se chi ha la responsabilità su investimenti così importanti si comporta con tanta leggerezza, figuriamoci cosa verrà fuori dal condominio che deve destinare qualche migliaio di euro alla manutenzione di qualche alberello e delle aiuole.

Qui continuano a spadroneggiare imprese (imprese?) senza scrupoli, che si offrono a tariffe orarie inferiori al puro costo della sola manodopera, che creano gravi turbative al mercato e fanno sì che gli imprenditori più seri e capaci vengano considerati alla stregua di ladri, speculatori o imbroglioni.

Le recenti disposizioni in materia di inversione contabile, il cosiddetto “reverse charge”, che obbliga il committente a pagare l’Iva per conto dell’impresa che ha eseguito i lavori, avrebbero dovuto colpire almeno questa fetta di evasione.

Dilaga la concorrenza sleale

Tuttavia il settore del giardinaggio soffre altre forme di concorrenza sleale che sfuggono ai controlli, anche per l’ingenuità di molti amministratori condominiali che si limitano, quando va bene, a verificare che l’impresa appaltatrice sia in possesso del numero di partita Iva e sia iscritta alla Camera di Commercio. Esistono, purtroppo, soggetti molto più spregiudicati che, avvalendosi del fatto di non essere residenti nella città o nello Stato ove lavorano, aprono una partita Iva e una posizione alla Camera di Commercio, poi non si preoccupano né di tenere una contabilità, né tanto meno di presentare la dichiarazione dei redditi. Inoltre, perché sprecare denaro per i contributi previdenziali? Lasciando stare Inps e Inail, questi simpaticoni risparmiano un bel po’ di quattrini, che possono servire, oltre che per gli usi legittimi, anche per offrirsi a prezzi assolutamente concorrenziali.

Se osserviamo la Tab. 1, possiamo capire a colpo d’occhio come un malfattore possa permettersi di dimezzare il costo della manodopera: presentandosi con un preventivo tanto basso, a chi verrà mai in mente di andare a sindacare sulle ore di lavoro previste, anche se sono leggermente superiori a quelle di un’impresa regolare? Una soluzione potrebbe essere quella di rendere obbligatoria l’acquisizione, da parte del committente non imprenditore, della certificazione della regolarità contributiva (Durc), obbligo già esistente per le lavorazioni in edilizia e per le opere pubbliche. Attualmente, infatti, chiunque dia in appalto un lavoro, anche il semplice privato cittadino, ha la facoltà di richiedere all’appaltatore il famoso certificato che attesta la regolarità contributiva dell’impresa: ciò non significa però che l’azienda versi regolarmente le imposte sui redditi e sia in regola con gli altri obblighi di legge, particolarmente quelli in materia di sicurezza sul lavoro.

Proprio le tanto temute norme in materia di sicurezza, a cominciare dal nuovo testo unico, possono dare una mano contro alcune spregevoli forme di abusivismo: il committente, che può essere il proprietario di un giardino, così come lo stabilimento industriale, il Comune o l’Ente Parco, è responsabile in solido con chi svolge il lavoro (dalla potatura a mano fino alla gru da 50 metri) se quest’ultimo non paga i contributi e non ha assicurato i lavoratori contro gli infortuni.

In altri termini chi commissiona un lavoro, non necessariamente di manutenzione del verde, anche se è di questo che ci occupiamo, ha tutto l’interesse ad assicurarsi se il giardiniere che mette piede in casa sua è in pari con il versamento dei contributi. Trattandosi poi di un lavoro dove il minimo che possa capitare è di tagliare – invece di erba o rami – qualche pezzo di carne, il committente deve sapere che, se succede qualcosa a un operaio non in regola, toccherà a lui pagare il danno al malcapitato se non interviene l’assicurazione obbligatoria.

Non sottovalutare i costi di esercizio

Resta comunque il problema che molte imprese di manutenzione del verde non sanno fare i propri conti: il limitato investimento richiesto per una dotazione minima di attrezzature – poche migliaia di euro – induce molti imprenditori a sottovalutare i costi di esercizio, la cui incidenza sul prezzo praticato al cliente è tanto maggiore quanto minore è quest’ultimo. La Tab. 2 spiega in termini più immediati questo perverso meccanismo, che funziona anche per gli abusivi: considerato che i costi dovuti alle macchine non si possono comprimere al di sotto di certi limiti, chi offre il servizio al minimo prezzo danneggia, oltre al mercato, anche le proprie tasche, a dimostrazione che non ci sono limiti all’umana stupidità.

In realtà, un’impresa professionale sa che l’acquisto di attrezzature non concepite per un uso professionale, quali quelle che si trovano in vendita ai grandi magazzini, finisce per ritorcersi contro l’imprenditore: i motori a due tempi si possono costruire in tanti modi, ma si trovano in commercio attrezzi a mano(decespugliatori) che dopo qualche centinaio di ore sono già fuori combattimento.

Questa non è, sia ben chiaro, disonestà del fabbricante o dell’importatore: un privato che deve tagliare un po’ d’erba intorno a casa, per dieci o quindici ore all’anno, si convincerà che quella macchina è robustissima e spesso finirà per sostituirla solo perché ne ha trovata una più nuova, silenziosa o moderna. Un professionista, che per lavoro mette le sue macchine alla frusta per centinaia di ore all’anno, ha bisogno di un attrezzo concepito per scopi completamente diversi: le prestazioni sono importanti, ma più importante è l’affidabilità, la durata e la riparabilità in caso di guasti.


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