Adattare all’allevamento la coltivazione dei foraggi

Con il software della Cattolica di Piacenza


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Negli ultimi mesi alcuni ricercatori dell’Università Cattolica di Piacenza hanno proposto un modo nuovo di vedere la foraggicoltura e l’alimentazione delle bovine da latte. La loro idea cioè e di interpretare queste due iniziative produttive come legate l’una all’altra ed entrambe finalizzate alla massimizzazione del reddito dell’allevamento. Collegamenti e riferimenti attuabili dall’allevatore, nella pratica, appoggiandosi a uno specifico programma informatico, messo a punto all’università e già sperimentato in diverse aziende zootecniche della Pianura Padana.

Si tratta in conclusione di una vera e propria “innovazione” produttiva, innovazione gestionale più che, come di solito si intende, tecnologica. Ma loro questa metodologia l’hanno battezzata piuttosto “ottimizzazione”, ottimizzazione dei piani colturali foraggeri. Questi ricercatori appartengono all’Istituto di Scienze degli alimenti e della nutrizione della Facoltà di Scienze agrarie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: sono il professor Francesco Masoero e il suo staff, in particolare il ricercatore Antonio Gallo.

Obiettivo: il parametro Iofc

Si diceva che l’obiettivo finale di questa metodologia consiste nella massimizzazione del reddito dell’allevamento. Più precisamente consiste nel cercare di innalzare un parametro economico molto diffuso in zootecnia, il parametro Iofc (“Income over feed cost”, ricavo derivante dalle vendita del latte al netto dei costi alimentari).

La procedura che il foraggicoltore / allevatore deve seguire, operativamente, prevede due fasi, da attuare inputando dati nel software messo a punto dall’università e poi rilavorando gli output conseguentemente prodotti dal computer aziendale. Eccole.

Prima fase, verifica del costo di produzione dei foraggi e degli altri alimenti ottenuti in azienda:

a) Calcolo dei costi di produzione dei foraggi che si stanno producendo in azienda.

b) Calcolo dei costi di produzione di alternative foraggere che non si stanno producendo in azienda, ma che potrebbero entrare in nuovi piani colturali.

c) Descrizione dei costi delle materie prime e dei sottoprodotti disponibili dal mercato.

Seconda fase, ottimizzazione dei piani colturali foraggeri in funzione delle esigenze della mandria:

a) Questa seconda fase prevede uno step di partenza che descriva la struttura aziendale nella quale verranno successivamente ottimizzati i piani colturali. La “fotografia” dell’azienda prevede la raccolta di questi dati:

–  definizione della mandria: numero di capi presenti in azienda (vacche in latte, asciutte e rimonta), presenza di eventuali gruppi (di alta e di bassa, primipare e pluripare, etc.);

–  livello produttivo dei vari gruppi;

–  composizione delle diete che sono formulate in stalla;

–  sau aziendale e colture attuali;

–  sau che può essere destinata alle doppie colture (es: loietto/mais, frumento/sorgo, etc.);

–  capacità di stoccaggio dei foraggi aziendali;

–  disponibilità di acqua per l’irrigazione;

–  prezzo di commercializzazione del latte.

b) Sviluppo dei piani colturali foraggeri in ottimizzazione.

c) Massimizzazione dell’Income over feed cost (Iofc), cioè la massimizzazione del ricavo derivante dalla vendita del latte al netto dei costi alimentari.

Sviluppo dei piani colturali

A questo punto, i costi dei foraggi prodotti in azienda e quelli dei foraggi “alternativi”, insieme con il loro potenziale produttivo, vengono inseriti in input nel modello insieme al dato delle materie prime acquistabili o reperibili dal mercato. Il modello a sua volta restituisce in output una stima abbastanza accurata del costo delle diverse razioni e appunto dell’Iofc dell’allevamento.

La risposta che il modello presenta all’imprenditore zootecnico si completa anche con:

–    la proposta di una “ottimizzazione” di tutte le razioni alimentari per le bovine. In genere questa proposta rialloca alcuni foraggi e alimenti nelle varie razioni, ma raramente, dice Gallo, produce miglioramenti apprezzabili in termini agronomici o economici;

–    lo studio dell’opportunità di utilizzare colture foraggere alternative, fornendo all’allevatore dati per valutare l’alternativa in termini di costi, potenziali produzioni e qualità nutrizionali.

Il modello riorganizzerà il piano colturale dell’azienda in modo tale da utilizzare le colture che trova più convenienti e che sono in grado di massimizzare l’Iofc aziendale, ridistribuendo i diversi ingredienti in modo ottimizzato nelle diverse razioni. Questa fase evidenzia quali sono i fattori produttivi che limitano la massimizzazione dell’Iofc.

Un classico esempio è la limitazione nell’utilizzo dei foraggi insilati per una limitata capacità di stoccaggi dovuta alla presenza di poche trincee oppure per l’impossibilità di fasciare grandi quantitativi di foraggi.

A questo punto, la presenza dell’allevatore è indispensabile per individuare se i limiti individuati dal sistema possono essere eliminati o quali soluzioni alternative possono essere prese in analisi

 

In tre aziende

Come anticipato questa idea di innovazione gestionale è stata oggetto di concrete sperimentazioni pratiche da parte dei ricercatori della Cattolica. Sono state sviluppate due simulazioni, la prima in un’azienda zootecnica di medie dimensioni (400 vacche in mungitura), la seconda in una azienda di piccole dimensioni (50 vacche in mungitura);

queste simulazioni hanno prodotto effetti sull’Iofc, riassunti nelle figure 1 e 2.

Una terza esperienza è poi stata fatta in un’azienda da 720 vacche nel Cremonese.

Nell’azienda con 400 vacche in mungitura (vedi anche figura 1). In questa prima azienda, spiega Antonio Gallo, data anche la buona disponibilità di terreni da destinare alle produzioni aziendali e la possibilità di aumentare la Sau coltivabile affittando terreni in prossimità dell’azienda, la soluzione migliore è stata quella di aumentare le dimensioni della stalla, in modo da mungere il 10% di animali in più.

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Fig. 1 – Azienda con 400 vacche, l’aumento dell’Iofc

Questa soluzione ha richiesto un aumento nelle capacità di stoccaggio dei prodotti insilati e un adattamento delle strutture. È stato stimato che l’investimento richiesto per adattare la stalla all’aumento del numero di capi in produzione (adattamento stalla, nuovo impianto di mungitura, costruzione nuove trincee) verrà ripagato in 4-5 anni. L’allevatore ha avviato il processo di modificazione lo scorso anno, riadattando i piani colturali in funzione della soluzione suggerita dal modello.

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Fig. 2 – Azienda con 50 vacche, così l’Iofc

Nell’azienda con 50 vacche in mungitura (vedi anche figura 2). Nella seconda azienda invece, continua Gallo, il fattore di produzione “terreno” rappresentava una forte limitazione alla massimizzazione dell’Iofc. La difficoltà di reperire altro terreno (proprietà o affitto) ha reso necessario eliminare la rimonta, che viene comprata sul mercato (circa 8-10 manze gravide all’anno), e aumentare il numero di capi in produzione (+15% di vacche in lattazione). L’allevatore adotta ormai da 4 anni questa soluzione con ottimi risultati, come lui stesso ha riferito ai ricercatori dell’università di Piacenza.

Nell’azienda con 720 vacche in mungitura (figure 3-6). La terza azienda che ha testato questa innovazione gestionale della Cattolica è situata a Stagno Lombardo (Cr), ha 720 bovine in lattazione, 400 ettari a foraggere ed è guidata dal giovane Paolo Faverzani. Seguendo la procedura imposta dal software della Cattolica, Faverzani ha potuto “ottimizzare” le superfici aziendali investite a foraggi come riassunto dalle figure 3 e 5. Ha potuto ottimizzare l’impiego di alimenti per il bestiame prodotti in azienda come descritto dalle figure 4 e 6, ottenendo di conseguenza un risparmio del 40% sugli alimenti da acquistare sul mercato. E soprattutto ha potuto innalzare l’Iofc della propria mandria da 2.540 a 3.006 euro al giorno.

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